sabato 28 settembre 2013

HOTEL PENSIONE VILLA DELLE ROSE A MADERNO




          

Siamo verso la fine dell'Ottocento. La foto di sinistra ci mostra l'Hotel Pensione Villa delle Rose, situata in Via Tito Speri a Maderno, il cui proprietario era il sig. Filippo Erculiani.
Negli anni successivi questo esercizio alberghiero si trasferì nel fabbricato a fianco dell'Albergo Maderno.
La foto di destra riprende invece il golfo di Maderno prima che venisse costruita la nuova strada provinciale a lago.


Cartolina archivio Andrea De Rossi

PENSIONE E RISTORANTE BELVEDERE (Frasca)




                  
La cartolina si riferisce agli anni cin quanta del novecento e riproduce l'ex pensione Ristorante Belvedere detta "La Frasca"a Maderno sulla statale per Fasano.
In un primo tempo fu gestita dal sig. Attilio Battaini, poi fu trasformata nel Ristorante "Bologna"gestito dalla famiglia Manferdini ed, infine, nel 1970 trasformata in condominio.
Durante la gestione Battaini la sala ristorante fu trasformata in sala da ballo.

                                                                                                           Andrea De Rossi

CONSEGNA FEDI D'ORO ALLA PATRIA NEL 1935



                         

Dopo due mesi dall'inizio della guerra d'Etiopia, avvenuta il 2 ottobre 1935, alle madri e alle spose italiane fu "richiesta" eufemisticamente parlando, perchè in effetti era un obbligo, l'offerta della fede nuziale d'oro in cambio di una d'acciaio. Poi il 10,6,1940 l'Italia entrò in guerra a fianco della Germania e ai cittadini tutti furono richiesti altri sacrifici. Per primo l'obbligo della rimozione delle cancellate, il mese dopo toccò al materiale di rame da cucina mentre alla fine del 1944 alla consegna di tutto il filo metallico, compreso quello spinato..
La ricevuta della consegna della fede d'oro sopra riprodotta riguarda la consegna effettuata nella città di Milano. Nei paesi come il nostro, invece, la fede si poneva in un elmetto che era posto su un tavolo in piazza. Non ricordo che venissero rilasciate ricevute. Saranno certamente stati indicati su un registro i nominativi degli "offerenti" le fedi d'oro.
                                                                                                        Andrea De Rossi

                                                                                                   <Andrea  De Rossi

venerdì 27 settembre 2013

LA CORTESELA O PIAZZETTA VENETA DI MADERNO


                                                   
Foto archivio  Andrea De Rossi

La foto, che risale agli anni trenta del '900, ritrae la caratteristica piazzetta che si trova in Via Garibaldi a Maderno, chiamata anche "Cortesèla" o "Piazzetta veneta".
A sinistra, in basso, si vede il sig. Gaetano Benoni che sta svolgendo la sua attività di materassaio .
In quel tempo la casa che sta di fronte era di proprietà della famiglia Cantoni, ora estinta.
A destra, invece, si vede l'ingresso alla caratteristica osteria del "Gastaldì" dentro la quale era esposto un curioso cartello con la seguente dicitura:

OSTERIA DEL GASTALDI'
Si può
Bere, mangiare
Giocare a carte
Fumare
Suonare, Cantare
Parlare di politica 
 Fa töt chel che se völ

Ora tale cartello si trova esposto in un noto ristorante di Salò, gelosamente custodito in un quadro incorniciato.

                             Andrea De Rossi    
 

QUADRO PITTORE FOCARDI VEDUTA DA GAINO






                          




Il quadro è opera del pittore fiorentino PIER FOCARDI, nato nel 1889 e morto nel 1945. Fu un "divisionista", in altre parole apparteneva al movimento pittorico che utilizzava una tecnica particolare nel dipingere simile a quella del famoso pittore trentino Segantini.
Visse diversi anni a Maderno dove giunse, nel 1918, da Padenghe nel cui comune gli è stata dedicata una via. Iniziò a dipingere già a 12 anni. Poi partecipò a numerose esposizioni  d'arte e si fece un nome. Fu interprete del nostro lago fissando su tela i punti più belli e caratteristici.
Quello esposto sopra fa parte dei tenti quadri riguardanti Toscolano e Maderno. E' stato preso dal prato antistante la vecchia chiesa di Gaino e si nota un contadino con i suoi attrezzi da lavoro che sta osservando da questo punto panoramico il meraviglioso promontorio.

                                                                                               Andrea De Rossi

giovedì 26 settembre 2013

ALBERGO RISTORANTE MONTE BALDO A TOSCOLANO



                                                                         

La foto, scattata nel 1926, non vuol ricordar che qui ci fu la sede della Banca S.Paolo e tantomeno quella dell'attuale Farmacia. In quell'epoca, invece, funzionava L'ALBERGO RISTORANTE MONTE BALDO a Toscolano, come si può leggere sul tabellone posto sul terrazzo superiore.
Davanti all'albergo si nota il sig. Castellini, allora proprietario dello stabile. Non si conosce, invece, il nome del gestore dell'albergo.
E' ben visibile, in primo piano, la linea elettrica che alimentava il tram che dal 1922 collegava Toscolano con Gargnano.
                                                                       Andrea De Rossi

                                                                                                   Andrea De Rossi

LA "CASETTA" DI TOSCOLANO



                                          

La foto risale intorno agli anni venti del Novecento quando la strada provinciale, da pochi anni costruita, non era ancora asfaltata.
Questo vecchio edificio isolato è sempre stato chiamato la "casetta" o la "casa degli spiriti" ed in quel tempo non era stato ancora alzato oltre il livello stradale.
Un piccolo e ripido sentiero scendeva da Cecina e dava quindi la possibilità alle donne della frazione di recarsi sulla spiaggia sottostante per fare il bucato, Col tempo si è quindi creato un diritto di usufruire di un fondaco della "casetta" per ripararsi, in caso di maltempo.

                                                                                                    Andrea De Rossi

LA CARTIERA MAFFIZZOLI DA POCO COSTRUITA


                                                                             
La foto risale intorno al 1910. Da pochi anni è stata costruita la nuova cartiera Maffizzoli che ha sostituito quelle esistenti nella Valle delle Cartiere.
Da osservare un particolare interessante, Non esiste ancora la strada provinciale per Gargnano e lo conferma il fatto che la limonaia esistente giunge fino davanti alla chiesa, per cui tutti i mrzzi e le persone che devono recarsi nel nuovo stabilimento sono costretti ad attraversare il paese di Toscolano. In quel tempo il prodotto finito della cartiera veniva trasportato a Desenzano o Peschiera con appositi natanti che partivano dal porto interno  dello stabilimento, e, successivamente, raggiungevano la loro destinazione a mezzo di treni merci.

                                                                                                              Andrea De Rossi

OPERAI E DIRETTORE CARTIERA MAINA INF.





Questa foto risale al 1926 quando la cartiera di Maina inferiore o Macallè ancora era in funzione ed era direttore, in quel tempo, il sig. Alessandro Bonomi (quello in centro che porta la cravatta).
Il documento mi è stato gentilmente concesso dal sig. Arturo Simoni di Gaino figlio di Giuseppe. Quest'ultimo, in quel tempo, esercitava il servizio di guardia giurata alle cartiere di Caneto, Maina superiore e Macallè ed è inserito nella foto.

                                                                                                                Andrea De Rossi




mercoledì 25 settembre 2013

GIARDINO D'INFANZIA DI GAINO 1903


                   

La cartolina sopra riportata porta la data 18 ottobre 1903 ed è firmata dal Comitato promotore per i festeggiamenti in occasione dell'inaugurazione del Giardino d'Infanzia di Gaino costruito dalla famiglia Maffizzoli. La foto è di Arturo Giovanelli.
Nerll'aprile 1904 fu pubblicato un opuscolo a cura del Dott. G.Battista Salvadori per le "Grandi Feste di beneficenza a favore dell'Asilo d'infanzia di Gaino e della società operaia di Toscolano". In questo opuscolo sono inserite citazioni storiche su Toscolano e sulle sue cartiere, accompagnate da diverse foto dell'epoca sempre di A.Giovanelli. Nella stessa occasione fu stampata una bella cartolina a colori, stile Liberty, a ricordo di queste feste.
                                                                                                    Andrea De Rossi
                            

LE SPIAGGE DIVENUTE ORA PARCHEGGIO



                                        

                              

Foto anteriori al 1960 quando allora esistevano le spiagge in località "Rovinato"
Poi sono scomparse per far posto ad un grande parcheggio dedicato ai Marinai d'Italia. Utilissimo, certamente in un paese turistico come il nostro, ma nel contempo abbiamo perso un angolo caratteristico di Maderno. Quando le lavandaie non trovavano posto sui gradini a lago della piazza, questo era il posto più vicino e facilmente accessibile per svolgere la loro attività. Naturalmente in estate era affollato di bagnanti.
Su queste spiagge i pescatori professionisti catturavano, a quintali, le alborelle o "aole" quando erano in "frega", cioè al momento in cui deponevano le uova.

                                                                                                           Andrea De rossi

L'APPRODO DEI BATTELLI E' STATO SPOSTATO


                                                                             

                                                                 

Siamo nei primi anni del Novecento quando all''imbarcadero di Maderno non era stata ancora costruita la casa per il battellante con relativa biglietteria e sala d'aspetto. I biglietti erano allora venduti in una baracca di legno che si nota nella foto. Intorno era stesa la biancheria che le lavandaie avevano appena lavato nel lago. Vicino alla baracca si notano due cartelli pubblicitari, Uno si riferisce all'Albergo S.Marco di Maderno, mentrel'altro reclamizza alcuni alberghi di Gardone Riviera. Un battello dell'epoca, carico di turisti, si sta avvicinando all'imbarcadero.
Sullo sfondo, dietro la villa Bianhi, divenuta hotel Golfo,si vede ancora l'Albergo Lignet che in seguito fu abbattuto dal Cav,Bianchi dopo l'acquisto del "Serraglio". L'austriaco Lignet, proprietario di questo Albergo, ne costruì subito un altro sul lungolago di Maderno che prese lo stesso nome, che è poi l'attuale Istituto S.Cuore. Fu in quest'edificio che dal 1916 al 1918 furono ospitati gli sfollati di Limone durante la prima guerra mondiale.
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                                                                                                                   Andrea De Rossi


BASILICA DI S.ANDREA SENZA LA CRIPTA



                                                                         

La foto dell'interno della Basilica romanica di S.Andrea di Maderno risale al 1950 circa, prima che la

Sovrintendenza alle Belle Arti provvedesse, nel 1962, al recupero della cripta che fu chiusa nel 1580

per volere del Cardinale Carlo Borromeo, in visita apostolica nella riviera.

Tale decisione fu presa dal Cardinale perchè in questa cripta anticamente i pagani si rivolgevano ad Apollo,

dio della bellezza, del sole e della luce, per ottenere le risposte alle loro richieste, e ciò non era compatibile

con i principi della religione cattolica.

                                                                                                       Andrea De Rossi


CANALE CHE CIRCONDAVA IL CASTELLO


la foto sopra riprodotta è il particolare di un'altra più grande, risalente alla fine dell'Ottocento, che riprende tutto il promontorio di Toscolano-Maderno visto dalla frazione di Maclino. Da questo ingrandimento, per la prima volta, si vede il canale o fossa che in tempi lontani circondava il castello ma a quest'epoca giungeva fin sotto la torre del campanile, ed era chiamato il "bacino della fossa". Essendo con il tempo divenuto un deposito di rifiuti, fu coperto completamente nel 1901. Durante la dominazione veneta il castello  fu trasformato in un palazzo pubblico nel quale aveva sede il Giudice chiamato allora Vicario. Sulle rovine di questo edificio è sorta la chiesa Parrocchiale di S.Andrea che fu inaugurata nel 1825..
Come si può notare in quel tempo non esisteva ancora il primo tratto di lungolago che collega la piazza con l'approdo dei battelli che fu costruito nel 1901. In quel tempo il battello approdava vicino alla spiaggia dietro la quale sorgeva una casetta dove si trovava l'osteria del vapore. (dove nacque la celebre cantante Giuseppina Cobelli). Soltanto nel 1925, nello stesso luogo, sorse l'Albergo Milano. Chi doveva prendere il battello doveva percorrere la strada che passava a sinistra della chiesa, girare intorno al "bacino della fossa" per giungere alla spiaggia dove veniva ormeggiato il battello. Per salirvi, occorreva munirsi di un pò di coraggio perchè si doveva transitare sul alcune assi traballanti sostenute da cavalletti in legno.

                                                                                                              Andrea De Rossi

lunedì 23 settembre 2013

CONSUETUDINI DEL TEMPO PASQUALE SCOMPARSE



Colombine bianche
            Ogni anno durante la celebrazione della domenica delle palme è antichissima tradizione sottoporre a benedizione i ramoscelli d’olivo che, nella nostra zona, data l’abbondanza e la concomitanza con la potatura sono portate in chiesa dai giovani, in piccole fascine.
            Questa tradizione continua tuttora, ma ciò che invece è andato scomparendo fino a diventare un lontano ricordo è l’addobbo dei ramoscelli con piccole colombe bianche, ricavate dal midollo estratto dai rami delle piante di fico.
            I più intraprendenti provvedevano direttamente a confezionarle; gli altri acquistavano queste suggestive colombine da chi aveva la capacità di realizzarle. Ricordo che uno dei migliori fu Guerrino Fiorese che, nel suo piccolo negozio d’articoli da pesca, con molta abilità in quest’occasione si dedicava a costruirle .
            Si trattava di prendere dei polloni da una pianta di fico, molto diffusa nella zona. Questi erano ridotti in piccoli frammenti, scartando i nodi, e con un’asticina rigida di legno o di ferro avente lo stesso diametro interno del ramo, con forza era spinto fuori il midollo bianco che, tagliato nelle dovute misure, serviva a realizzare la colomba.
            Così alla domenica mattina molti si presentavano in chiesa con il ramoscello d’olivo, sul quale erano state poste alcune colombe bianche e ricordo che si faceva a gara a chi le costruiva meglio.

Pulizia delle catene del fuoco
            Fino a circa la metà del secolo scorso, durante le pulizie straordinarie di Pasqua, era una simpatica quanto originale consuetudine, quella di affidare ai ragazzi la pulizia delle catene del fuoco che penzolavano dal camino, dopo un lungo inverno.
            Questo lavoretto, o meglio divertimento, che rendeva qualche spicciolo di mancia, consisteva nello staccare dal camino le catene annerite di fuliggine e trascinarle per le strade, allora non ancora asfaltate, attaccate ad una cordicella agganciata in vita in modo che diventassero lucide. Più lungo era il percorso più le stesse diventavano lucide. L’ultima tappa di questi viaggi fra le vie del paese, era la spiaggia. Qui le catene erano immerse nell’acqua per pulirle e, se necessario, era usata della pietra porosa trovata sulla spiaggia per completare l’opera. I ragazzi più intraprendenti non si accontentavano di pulire le catene della loro casa, ma passavano anche presso altre famiglie per offrire la loro disponibilità, con il risultato di ottenere due vantaggi: quello di farsi vedere superiori ai propri amici e soprattutto quello di ottenere un maggior beneficio economico.

Crepitare delle “scrisaröle” durante le funzioni religiose
            Durante le particolari celebrazioni religiose che si svolgevano le sere dal mercoledì al venerdì’ Santo per ricordare la crocifissione e la morte di Cristo, dopo aver terminato il canto dei mattutini e spenta l’ultima candela, un numeroso gruppo di ragazzi si organizzava per far crepitare le cosiddette “scrisaröle”, crepitacoli o raganelle in italiano, provocando nel tempio un forte baccano. Quest’originale e singolare attrezzo di legno, che necessariamente doveva essere costruito da un falegname tornitore, consisteva in una ruota dentata posta su un manico contro la quale era premuta una sottile asticella di legno. Facendola girare velocemente produceva un gran fragore. Come se ciò non bastasse, a Maderno interveniva anche il sacrestano (Gioanì Bugna) il quale uscendo dalla sacrestia con un altro singolare aggeggio, completava l’opera dei ragazzi provocando un terribile baccano tanto da spaventare i bambini presenti. Quest’attrezzo, denominato “spinasa” consisteva in una tavola di legno sulla quale, in entrambi i lati, erano applicate, con supporti girevoli delle liste in ferro. Roteando velocemente la tavola da destra a sinistra, i ferri sbattevano violentemente sul legno ed era ottenuto l’effetto desiderato.
            A Limone sul Garda, invece, era usato un altro attrezzo che produceva lo stesso fragore della “spinassa”, chiamato “la scrisaröla de la cesa”. Per farlo funzionare occorrevano due persone. Uno lo portava a spalle come uno zaino e l’altro doveva far girare la manovella per ottenere un gran rumore.
            Questa strana operazione aveva naturalmente un preciso significato: i ragazzi con il baccano procurato dalle loro scrisaröle rappresentavano la folla inferocita presente al processo contro Gesù che chiedeva la sua crocifissione.
Il nuovo Ordine della Settimana Santa, disposto da Pio XII nel 1955, abolì questa antica  consuetudine, che era prevista dalla liturgìa con le parole "Finita oratione, fit fragor et strepitus àliquantolum" (Finita l'orazione si faccia un poco di rumore e di strepito)
                                                                                                          Andrea De Rossi



                                                                                                        Andrea De Rossi

COLTIVAZIONE LIMONI NEL PASSATO


Nei secoli scorsi l’economia locale, oltre che sulla produzione di carta, si reggeva anche sull’agricoltura ed in particolare sulla coltivazione dei limoni e dell’olivo. Quella dei limoni, oggi, è completamente abbandonata, mentre l’olivo anche se drasticamente ridotto nel numero, è ancora mantenuto, ma non è più la fonte principale di reddito.
            Nel ‘800 Toscolano e Maderno, nella coltivazione dei limoni, si classificavano al 2° posto per importanza dopo Gargnano e addirittura prima di Limone.
Secondo Giuseppe Solitro le prime coltivazioni di limoni furono iniziate, nel XIV secolo, dai Padri Serviti di Maderno che avevano il loro convento sia nel palazzo divenuto poi dei Bulgheroni che nella soprastante casa in Via S.Pietro, chiamata poi Villa Caprera, e dai Frati di S.Francesco che avevano un Monastero a Gargnano.
            Lo storico veneziano Marin Sanuto nel suo “Itinerario per la terraferma veneziana”, nel 1483, passando da Maderno e vedendo queste particolari coltivazioni scriveva:… “Qui è zardini de zedri, naranzari, ed pomi damo infiniti…”. Così anche Silvan Cattaneo nel descrivere il suo viaggio sul lago nel 1550, dopo aver ammirato le bellezze artistiche di Maderno, affermava:…”abitazioni molto belle ed ornate con giardini amenissimi di cedri, aranzi e limoni, da fontane tutti irrigati..”
            Quest’attività rappresentava per centinaia di persone l’unica possibilità di lavoro perché, oltre ai “giardinieri” in altre parole coloro che gestivano le limonaie, trovavano occupazione anche muratori, fabbri, contadini e barcaioli. Questi ultimi provvedevano al trasporto dei frutti, ben imballati nelle casse, per mezzo delle barche sia verso Torbole sia verso Desenzano per essere poi esportati all’estero. Anche donne e bambini partecipavano ai lavori con il preciso compito, dopo la “spiccata” (cioè la raccolta dei frutti) di sceglierli suddividendoli secondo la grandezza. Per far questo lavoro facevano passare i limoni attraverso anelli di dimensioni diverse e, a secondo del diametro, ai frutti veniva attribuito un diverso valore di mercato.
            Non bisogna dimenticare che la coltivazione d’agrumi sul lago di Garda si trovava nella zona più a nord del mondo perciò, nonostante il clima mite della riviera, la pianta era sempre esposta ad improvvise diminuzioni di temperatura che, sotto lo zero, poteva danneggiare anche in modo irreparabile la pianta. Si giustifica quindi il motivo per cui queste piante necessitano di particolari cure nella stagione invernale.
            In genere le limonaie erano costruite a ridosso della montagna, a protezione del vento che la sera scende, ed erano tutte rivolte, per ovvie ragioni, verso sud-est. Erano, e lo sono ancora quelle pochissime rimaste, composte da tre muraglie. Una dietro, e due ai lati. Sulla parte anteriore erano posti, ben distanziati, numerosi pilastri che avevano lo scopo di sostenere il tetto di legno, messo a spiovente per ricevere maggiore luce dall’esterno.
            La coltura più intensa degli agrumi sul Garda era quella sulla riva occidentale, da Limone a Maderno, la parte più splendida della Riviera, quella che anticamente fu detta “Riviera in Riviera”, in minori proporzioni si trovava sulla sponda orientale da Castelletto a Garda. Se si esamina la situazione della Riviera Bresciana nel 1879, che in quel tempo contava complessivamente 30.000 campi di limoni (i rivieraschi chiamavano “campo” lo spazio di terra compreso fra i 4 pilastri e cioè due della prima fila e i due corrispondenti della seconda, spazio che era di circa 20 metri quadrati), si rileva che 21.000 si trovavano a Gargnano, 5.250 a Maderno e Toscolano e 3.750 a Limone. Ogni campo conteneva una o due piante di limoni e, qualche volta, anche una di cedro. Poiché ogni campo forniva in media mille limoni all’anno, come sostiene Donato Fossati, si può facilmente desumere che l’entità della produzione annua della riviera superava i cinque milioni, quantità non certo trascurabile agli effetti dell’economia di quell’epoca.
            Questa coltivazione richiedeva particolari cure da parte dei “giardinieri” soprattutto  all’inizio dell’inverno. Infatti, si doveva provvedere alla copertura della serra con assi sul tetto e con vetrate nella parte anteriore. Il tutto era custodito nell’apposito “casèl, una piccola casetta attigua alla limonaia. Durante l’anno le piante richiedevano di una frequente vangatura e potatura, oltre alla concimazione ed all’irrigazione. Quest’ultima avveniva a mezzo di canalette in pietra poste all’interno della serra le quali conducevano l’acqua necessaria alle singole piante. Per avere sempre l’acqua, anche durante la persistente siccità, erano costruite, a monte, capaci vasche che raccoglievano l’acqua piovana o quella di qualche piccola sorgente vicina, come nel caso della vasca esistente fino ad alcune decine d’anni fa in località S.Pietro, che serviva le limonaie della villa Bulgheroni..
Quando il freddo s’intensificava le persone addette badavano a tappare ogni fessura con fieno o paglia, operazione che era chiamata “stüpinàr”a giustificare il locale proverbio: “A Santa Caterina (25 Novembre) stüpina, stüpina”. E se il freddo si faceva più intenso, all’interno della limonaia si accendevano dei fuochi.
            Una prima battuta d’arresto nella coltivazione di questi agrumi avvenne nel 1855 con la comparsa della “gommosi” una malattia che colpiva le piante fino a distruggerle. Fu un vero disastro!. Nel 1873 l’agronomo locale Francesco Elena, uno dei tanti proprietari danneggiati da questa malattia poté constatare che la malattia non colpiva gli aranci amari. Ebbe quindi la brillante intuizione d’innestare i limoni con gli aranci amari. Gli altri produttori seguirono il suo esempio ed i risultati non mancarono.
Ma nel giro di mezzo secolo tanti altri fattori contribuirono al suo abbandono.Per prima cosa furono imposti pesanti dazi alle frontiere per la sua esportazione, inoltre lo sviluppo dei trasporti facilitò le importazioni del prodotto dalle zone meridionali ed infine il costo della manodopera cominciò a lievitare. Per cui il prezzo non fu più concorrenziale, e le coltivazioni furono letteralmente abbandonate così come la cura delle limonaie. Di questo paesaggio ricco di pilastri e di vetrate, rimangono ora poche tracce.
            A Maderno le ultime limonaie ancora in attività nei primi decenni del ‘900 furono quelle del “Serraglio” e della famiglia Elena. Entrambe sono state recentemente ristrutturate. La prima solo esteriormente perché non è più predisposta per la coltivazione dei limoni, mentre la seconda (che si trova di fianco al supermercato nel Piazzale S. D’Acquisto) e ora di proprietà comunale – sistemata recentemente a cura della Comunità Alto Garda Bresciano – non potrebbe, in caso di un inverno particolarmente freddo, riparare le piccole piante messe a dimora per mancanza dei dovuti ripari (tetto e vetrate).
            Ora dalle crepe dei muri delle limonaie abbandonate crescono le piante dei capperi che furono citate già nel 1897 dal Solitro nel suo “Benaco”. Contrariamente ai limoni queste piante sopportano bene il freddo, per questo possono stare all’aria aperta senza alcun danno.
            In primavera, per l’uso alimentare, si tolgono i boccioli, molto prima che diventino fiori. Anzi più sono piccoli e chiusi, più sono saporiti. La raccolta avviene due volte la settimana appunto per evitare quest’inconveniente. Poi il prodotto è conservato in vasi sotto sale o sott’aceto ed è poi usato in cucina per preparare salse o per condire vivande.
            Data la limitata produzione non ritengo che in passato il cappero abbia mai avuto un peso rilevante sull’economia locale. Tanto meno lo può avere ora in quanto è coltivato, in genere, per uso personale.

                                                                                                                 Andrea De Rossi





domenica 22 settembre 2013

ANTICA FIERA DEI SS.PIETRO E PAOLO A TOSCOLANO

L’antica fiera che si svolge a Toscolano il 29 giugno, in occasione della festa dei SS.Pietro e
Paolo ai quali è dedicata l’attuale chiesa parrocchiale, affonda le sue radici in tempi lontanissimi.
Con l’aiuto delle notizie che Donato Fossati ha pubblicato nel suo “Benacum – Storia di
Toscolano” possiamo ricostruire, sommariamente, le origini di questa fiera che, anticamente, si
svolgeva in onore di S.Domenico l’8 agosto.
Dobbiamo ricordare che intorno 1° secolo d.C. quando fu eretta la villa romana, nel recinto
della stessa, fu costruito anche un tempio dedicato a Bacco, pressappoco dove si trova ora la chiesa.
Nei secoli successivi, quando gli illustri abitanti abbandonarono tale dimora e iniziavano le
devastazioni, tale tempio fu ampliato con i ruderi della stessa villa e trasformato nella primitiva
chiesa di S.Andrea, più tardi dedicata a S.Domenico. Nel 1500 su stimolo e suggerimento di
S.Carlo Borromeo, questa chiesa, inadatta alle nuove esigenze, fu abbattuta ed il 16 marzo 1584 fu
posta la prima pietra di quell’attuale che fu però dedicata ai SS.Pietro e Paolo e nella quale, il
secolo successivo, lasciò la sua preziosa impronta il pittore veneziano Andrea Celesti.
Anche nella chiesetta di S,Lucia  alla “Religione” dei frati dell’Abbazia domenicana, che svolsero la loro attività dal 13° al 18° secolo, esisteva un altare dedicato a S.Domenico per cui il convento fu denominato “Religione di S.Domenico” in onore del fondatore dell’ordine dei domenicani.
Il Fossati ci ricorda nel suo libro che in occasione della ricorrenza di S.Domenico era
consuetudine che il Parroco di Toscolano, insieme a tutti i sacerdoti dello stesso comune, si recasse
alla “Religione” per celebrare la S.Messa in onore del Santo. Successivamente era servito loro dai
frati un lauto pranzo, mentre nei dintorni si svolgeva una fiera frequentata dalla popolazione di tutta
la riviera. Inoltre ricorda anche che quando l’attività riguardante l’allevamento dei bachi da seta era
esteso in numerose famiglie che tenevano i fornelli per filare almeno i cascami, questi si vendevano
alla locale fiera di S.Pietro.
Per cui è da ritenere che l’attuale fiera che si svolge a Toscolano da almeno due secoli in
occasione della festa dei SS.Pietro e Paolo, non sia altro che la continuazione di quella che
anticamente si svolgeva nella ricorrenza di S.Domenico e che abbia solo cambiato nome e data per
il fatto che l’attuale chiesa fu dedicata ad altri Santi.
                                                                                             Andrea De Rossi

                                                                                                         Andrea De Rossi

CURIOSA STORIA DELLA BEFFA DEL GOBBO

Riporto una curiosa e stravagante storia che lo storico Avv. Donato Fossati ha, fra le altre, pubblicato nel vol.1 “Storie e leggende” edito nel 1943.
Si tratta di un fatto che avviene verso la fine dell’Ottocento quando la Valle delle Cartiere era animata ancora di una ventina di opifici tra fabbriche di carta, macine d’oliva e fucine per la lavorazione del ferro.
L’autore di questa strana storia ricorda che gli operi addetti alle piccole fabbriche di carta a mano erano chiamati cartèr e lavoravano dalle due del mattino fino a mezzogiorno per una tradizione inspiegabile che non fu mai interrotta e giravano poi sino a sera per le osterie tra i giuochi di bocce e alla mora. Erano abili ed intraprendenti e godevano di alti salari e, quelli che dovevano dormire negli opifici per sorvegliare lalavorazione della pasta di stracci e farne la
preparazione, godevano soprassoldi in natura e denaro; le donne di ogni età lavoravano di giorno
dalle otto alle quattro con l’intervallo di un’ora d’inverno e dalle sette alle diciotto, con due ore di riposo, l’estate.
Negli ultimi anni di vita dei vecchi folli (si chiamavano così in dialetto le piccole cartiere) lo stesso Fossati, figlio di imprenditori della carta, per impadronirsi praticamente del mestiere, faceva un volontario tirocinio nei vari reparti degli uomini e più volentieri in quello delle donne, tra le quali, come afferma lo stesso, vi erano delle fiorenti ragazze brune o bionde.
Frequentando questo ambiente sentì più volte nominare un certo Mercadoni famoso per la sua lingua pronta e tagliente e per le burle che faceva al prossimo, nelle quali era maestro; era affetto da gibbosità (aveva la gobba), ma di viso piacente e aperto e come tutti i suoi simili aveva un vivo trasporto per le femmine le quali non si infastidivano di questo, ma lo contraccambiavano di risate e di scherni, facendo allusione alla sua deformità. Il gobbo masticava amaro e volle trarre vendetta contro l’elemento femminile, che lo pungeva toccandolo nel vivo.
In quel tempo era consuetudine a Toscolano che al sabato intervenisse diverse volte un frate del convento di Barbarano per predicare nella successiva domenica e anche per confessare la sera dopo il rosario e alla mattina dopo l’avemaria; il suo confessionale era preferito dalle donne e perché il cappuccino naturalmente non era del paese e perché indulgente o, come si dice, di manica larga; un sabato sera, travestito da francescano e senza destar sospetti, il Mercandoni siedè nel confessionale, che come è noto è mascherato da una tendina sulla porticella e nel suo seno o sulla sua finta barba dietro la grata vuotò il sacco dei peccati una ventina di donne di nulla fatte accorte, anzi contente per la paterna bontà, il facile perdono e le moderate pene per la remissione da parte del confessore. La mattina dopo, all’uscita della gente dalla messa solenne cantata, postosi il gobbo nella piazza adiacente alla chiesa, si mise ad apostrofare ad alta voce a una a una le sue penitenti, sciorinando e rinfacciando i peccati confessati, le civetterie e le marachelle delle ragazze e gli strappi alla fede coniugale delle maritate, tutto ciò in mezzo all’ilarità generale, alle grida e alle proteste delle accusate circuite da un assembramento di uomini, di donne tosto accorse al baccano.
Ne nacque un putiferio e il paese fu sottosopra; amanti delusi che oltraggiavano le fidanzate, mariti furibondi contro le mogli,queste scalmanate e scarmigliate a piangere di rabbia e a lanciare improperi contro i consorti, messe a soqquadro le case, tantochè dovette intervenire la gendarmeria a sedare i tumulti, a calmare gli animi esasperati e a procedere a una meticolosa inchiesta.
Il gobbo nel frattempo presentendo la tempesta aveva preso il largo, ma fu ricercato, inseguito, arrestato e condannato per sacrilegio; tuttavia, scontata la leggera pena, dietro invito del proprietario rioccupò il suo posto alla cartiera da abile e laborioso operaio quale era.
Nelle famiglie, ben presto, ricomposta la tranquillità e la concordia, fece ritorno il ciel sereno; gli uomini nella
loro proverbiale bontà o dabenaggine finirono coll’arrendersi ai dinieghi e alle proteste delle donne, esperte in simulazione per istinto femminile e prodighe di lacrime nei momenti difficili; tutte le accuse caddero annientate perché ritenute invenzioni e menzogne del Mercandoni.
Questi visse di poi sempre allegro, faceto e donnaiuolo non senza successi, perché oltre la garanzia e il prestigio della sua promettente virilità piena di audacia, incuteva rispetto e timore quale depositario degli intimi segreti carpiti; infatti quando le donne lo incontravano abbassavano gli occhi o sorridevano di sottecchi, mentre egli ne ammiccava uno solo.
Se questo fatto fosse realmente avvenuto, sarebbe stato molto grave, ma ritengo trattarsi di una leggenda, anche perché dalla metà dell’Ottocento fino ai giorni nostri fra gli abitanti di Maderno e Toscolano non risulta alcuno che portasse questo cognome.

                                                                                                          Andrea De Rossi

venerdì 20 settembre 2013

NUOVO PONTE GARBARIA E ANTICO GUADO


II nuovo “ponte della Garbaria”, recentemente (2002) costruito sul torrente Toscolano dall’Amministrazione Comunale per facilitare il collegamento fra i due centri di Maderno e  Toscolano, ha preso questo strano nome in quanto, secondo lo storico Donato Fossati, sulla riva destra del fiume, in territorio di Maderno, esistette per diverso tempo una conceria tedesca di pellami , chiamata "Gerberei" dalla quale la zona prese, probabilmente, il nome italianizzato di GARBARIA  Fu trasformata poi in un oleificio tuttora esistente. Quanto sopra è confermato dall’inventario delle strade del comune di Maderno redatto nel 1849 dall’Ing. Franco Novelli il quale fra “Le strade di Capra”, cioè quelle che allora partivanodalla strada Regia e si dirigevano verso il Promontorio, vi è compresa quella del Mulino e Garbaria (attuale Via Bellini) la quale viene così descritta: Parte dalla strada Regia e, dopo 48 metri, si divide in due rami, l’uno diretto verso est con metri 95 che porta al Mulino comunale (attuale Macello) e al fiume. L’altra, diretta al sud, tocca il portone delle Cartiere della Garbaria (ora Oleificio) ed entrando con metri 44 trova ed esce dal secondo portone a fronte del precedente indi, ripiegando verso sera, sbocca sulla strada Chini (attuale Via Promontorio) della lunghezza di metri 739.
Questo nuovo ponte, in cemento armato, è stato edificato nella stessa località (Garbaria) in cui, in tempi molto lontani, esisteva l’unico guado che collegava i centri di Maderno e Toscolano. Poco distante, in epoca più recente, fu costruito un ponticello di legno che attraversava il fiume e che fu demolito diversi decenni fa. Entrambi portavano direttamente all’Abbazia Domenicana, ora Palazzo Visintini, nel quale i Frati Domenicani costituirono, nel XIII secolo, il loro convento. Cerchiamo di ricostruire la storia di questi Monaci ed i motivi per i quali giunsero a Toscolano, grazie ad informazioni che ci ha lasciato il citato storico Fossati.
Le sponde ed il terreno circostante del torrente Toscolano del promontorio si formarono nel corso dei secoli a seguito dell’accumulo di materiale trascinato dal torrente e presero la loro denominazione dal suolo in cui sorgevano e precisamente “Grecenigo”, che significa erboso, quelle sulla sponda sinistra in territorio di Toscolano , per intenderci dove sorse l’Abbazia Domenicana e, “Onglarino, dal latino glarea che significa sabbia, quelle sulla sponda destra in territorio di Maderno.
Il collegamento fra i due centri, non esistendo alcun ponte sul torrente, si svolgeva, com’è stato accennato, attraverso un guado che a Toscolano era in prossimità dell’Ospizio di Grecenigo (attuale Palazzo Visintini) e a Maderno vicino all’odierno oleificio, quindi molto lontano dai centri abitati. L’ospizio, infatti, che Carlo Magno nell’8° secolo aveva imposto di tenere nei paesi in cui vi era la Corte Regia (dove si trovavano gli uffici statali) come a Toscolano, ospitava viandanti e pellegrini fra i quali anche molti lebbrosi ed appestati, motivo per il quale fu posto lontano dal paese. Vicino ad esso fu eretta la chiesetta di S.Lucia, della quale, all’interno dello stabile Visintini, sono rimaste labili tracce, L’ospizio, in quel tempo, era molto più vicino al lago che attualmente perché nel corso dei secoli il promontorio è andato estendendosi con l’apporto del materiale trascinato dal fiume.
Poco distante dall’attuale ponte cinquecentesco, di fronte all’ex cartiera Zuanelli-Andreoli, divenuta poi Vetturi, dove sorge ora la sede del Municipio, fu costruito in epoca successiva il primo ponte di legno che ha sostituito, in parte, il guado esistente.
All’inizio del XIII secolo fu fondato l’Ordine Domenicano ed approvato dal Papa Onorio III nel 1216. Quest’Ordine non solo aveva per scopo di sedare le guerre e le inimicizie e di predicare la pace e la concordia, ma anche quello, non trascurabile, della lotta contro le dottrine ereticali del Medio Evo e contro coloro che le personificavano. In particolare l’eresia “patarina”, sorta a Milano, era molto diffusa fra gli straccivendoli che, numerosi, frequentavano le cartiere locali per fornire loro la materia prima per la fabbricazione della carta. Anche gli storici Paolo Guerrini e Guido Lonati ritengono che i frati non giunsero a Toscolano solo per assistere gli infermi ed i pellegrini dell’Ospizio, ma per affrontare questa nuova eresia che in quel tempo era molto diffusa.
Fu in quel periodo che il comune di Toscolano cedette ai frati Domenicani l’intero complesso (Ospizio, chiesa e terreni annessi). I Monaci trasformarono l’Ospizio in un convento ed ampliarono la chiesetta di S.Lucia ed il tutto assunse al rango d’Abbazia Domenicana. Con duro lavoro trasformarono le terre incolte e paludose del delta in campi fecondi, piantandovi viti, olivi e limoni e diedero impulso alla più importante attività di Toscolano: la produzione della carta.
La prima cartiera ad entrare in funzione fu quella detta “di sopra”, cui seguì, dopo il prolungamento della seriola che servì anche per irrigare i campi e far muovere le macchine, quella “di sotto”, nonché altre due piccole laterali.
Per facilitare il commercio dei loro prodotti e l’attracco dei barconi, costruirono anche un porto chiamato “Porto dei frati”, per differenziarlo da quello del comune che si trovava in contrada “Benaco”(attuale zona porto). Sull’area interrata del “Porto dei frati” fu costruito, agli inizi del 1900 l’Oleificio Sociale che ebbe però breve durata e che, in tempi recenti, fu trasformato in un capannone per il rimessaggio delle barche, attività ora scomparsa.
Secondo una pergamena che si trova nell’Archivio Vescovile di Brescia, nel 1279 l’opera d’assestamento e di bonifica era tanto avanzata da includere la cinta muraria del brolo, parte della quale esiste tuttora.
I domenicani, quasi alla vigilia dal loro esodo da Toscolano, bonificarono anche i terreni divenuti di loro proprietà sulla sponda destra del fiume (promontorio di Maderno) chiamati “Onglarino”.
Nel tempo acquistarono altri beni a Maderno, tra i quali i monti di Seasso e, a Toscolano, Livrana e Selva Oscura, per ricavarne legna e fieno.
Un ricordo della presenza dei frati, come ricorda G.Lonati, è un’ara romana, che in questo caso altro non è che una parte di un’antica colonna capovolta, che ora si trova nel cortile della canonica di Maderno con incisa una croce e la data del 1693. Tale colonna che molto probabilmente fu recuperata, con tanti altri pezzi, fra i resti della villa romana di Toscolano, fino ai primi decenni del secolo scorso si trovava in località “Bolzem”, in fondo al lungolago di Maderno dove svetta un imponente platano. Questa località è stata sempre chiamata “la crocetta” per il motivo che i frati, provenienti dal loro convento, la utilizzavano come reggi croce, come testimonia il foro posto al centro del basamento, e fu posta come meta delle loro processioni.
Intorno al 1440, convento, chiesa e beni passarono in commenda (tipo di contratto in uso nel Medioevo che dava la facoltà d’uso di un beneficio ecclesiastico vacante senza che la persona ne diventasse proprietario) al patrizio Bartolomeo Malipiero o Maripietro e nel 1471 a Marino Badoaro.
Nel 1479 i domenicani rimasti convinsero lo stampatore Gabriele di Pietro, che lavorava a Messaga di Toscolano presso il fabbricante di carta Scalabrino Agnelli, a trasferirsi al convento con la sua attrezzatura, dove stampò diversi libri.
Nel 1483 Papa Sisto IV incorporò i beni al Convento di S.Croce della Giudecca di Venezia, perciò i frati furono costretti ad abbandonare il lago.
A seguito di un incendio che distrusse il loro convento a Venezia nel 1562, i beni di Toscolano furono venduti ai Monaci di S.Salvatore a Brescia, divenuti Canonici lateranensi di S.Afra, chiamati anche frati Agostiniani o padri del Rocchetto, i quali vi rimasero fino al 1772 e, con notevole lavoro, riportarono al loro aspetto originario i fabbricati e le industrie che erano stati a lungo trascurati.
Fu nel 1772 che nacque in una delle piccole cartiere presso il porto, figlio d’operaio, Bartolommeo Bertolazza, anch'esso operaio negli anni giovanili, divenuto poi famoso suonatore di mandolino e compositore d’opere musicali.
Dopo il 1772, soppresso il monastero, il Senato veneto vendette i beni a Giovanni Torre che, nel 1793, a sua volta, li rivendette al nobile Angelo Olivari di Salò e, infine, nel 1815, passarono in proprietà ai Visintini di Morgnaga di Gardone Riviera. Fabio Visintini nel suo libro “Memorie di un cittadino psichiatra” precisa che del vecchio convento è tuttora conservata la porta ad arco ogivale che dava accesso alla sala refettorio, successivamente diventato magazzino, situata all’angolo nordest del cortile di casa, chiuso a nord e ad ovest da quelle parti di fabbricato che, in seguito a diverse modifiche, furono abbellite da un portico costruito sulle colonne recuperate dall’atrio del tempio crollato di S.Antonio in Toscolano, e divennero l’abitazione della sua famiglia.
Intanto, afferma Fabio Visintini, il nome alternativo e più antico del luogo “Grecenigo” fu definitivamente perduto per essere sostituito con quello di Religione di San Domenico.
Di quel borgo medievale non restano oggi che poche e labili tracce, mentre a lungo sopravvisse la festa di S.Domenico nella cui ricorrenza il parroco di Toscolano si recava là con tutti i sacerdoti del comune di Toscolano per celebrare la S.Messa, mentre nei dintorni si svolgeva una fiera.
Nel Museo Civico di Verona è depositato il “Sigillum Conventus Sancti Dominici de Tusculano”.
Dai documenti esaminati e trascritti nella tesi di laurea sull’argomento da parte di Silvia Tisi, attinti all’Archivio di Stato di Milano, risulta che il convento era denominato “Religione di S.Domenico” e se ne possono conoscere i membri. La comunità era retta da un “preposito” il quale era il principale responsabile dell’organizzazione materiale e spirituale della casa. Era in sostanza un fratello maggiore degli altri frati, ma primo in dignità, nel lavoro e nella carità. Oltre al “preposito” vi erano alcuni “fratres”, semplici chierici o forse anche solo laici. I “prepositi”erano per lo più preti ma provenivano da altri paesi (escluso Toscolano), mentre i “Fratres” provenivano da Toscolano o dalle zone vicine.
Erano proprietari di numerosi terreni non solo a Toscolano e Maderno, ma anche nei comuni vicini e nella Valtenesi. I terreni erano dati in affitto dai tre ai nove anni, dietro pagamento in natura (olio, vino, capponi, polli, tordi, frutta, frumento, ecc.) e, in parte minima, in denaro. Interessante esaminare, sugli atti, il tipo dei terreni che davano in affitto. Potevano essere per terra olivata (coltivazione ad olivi), terra vidata (coltivazione a vite), terra rosiva (coltivata a roseum, pianta che produce una sostanza usata in tintoria), terra loriva (coltivata ad alloro), terra vegra (appezzamento
incolto).                                                                                                   Andrea De Rossi

mercoledì 18 settembre 2013

LA MORIA DI MADERNO DEL 1484




    Le conseguenze sanitarie delle numerose guerre e invasioni che nei secoli scorsi si avvicendavano frequentemente erano la diffusione della peste e del colera.  Anche la riviera del Garda non sfuggì a questi tristi avvenimenti.
   Per avere un’idea esatta di questa terribile malattia, basti ricordare quella avvenuta nel 1630 ed ampiamente descritta in tutti i particolari dal Manzoni nei suoi "Promessi sposi"
   Naturalmente anche prima di tale data le pestilenze colpirono le nostre terre. Ricordiamo quella del 1567 che fece numerose vittime e fu proprio in tale occasione che si distinse per la sua bravura quel famoso medico toscolanese ANDREA GRAZIOLI che è ricordato con una lapide nella Parrocchiale di Toscolano. Egli soccorse e curò con passione le persone colpite dal morbo e pubblicò anche un libro nel quale insegnava il modo di prevenire e curare questo terribile male che durò per ben tre anni. In questo periodo ad aggravare maggiormente la situazione igienico-sanitaria si aggiunse l'invasione della riviera da parte di ben 5000 zingari che oltre ai saccheggi seminarono anche morte.
   In particolare Maderno ricorda una gravissima pestilenza che si presume sia avvenuta intorno al 1484.
   Nel 1599 lo storico Bongiani Gratarolo nel libro 3° della "Historia della Riviera di Salò" così la descrive:
"Ci fu poco sopra la nostra età una pestilenza tanto grande, che fè rimaner un questo paese un proverbio, che ci dura ancora, che quando alcuno vuol augurar pur assai male altrui, par che non possa dir peggio che, Ti venga la morìa di Maderno"
mentre il fratello Antonio nel decimo canto del suo Benaco recita:
Ma non è da tacer questo ch'io scerno
Peste crudel che struggerà Materno
questa sarà si abominosa e fiera
C'huom vivo alcun non lascieravi sano,
Nè animal dimestico nè fiera
Che non lo atterri il suo contaggio strano,
Nè augello sol vi volara nè a schiera
Che non tiri il corrotto Aer al piano,
E ben sarà conforme à quella c'hora
La misera Toscana ange e divora.

Infine non dobbiamo dimenticare una delle ultime epidemie: il colera che colpì Maderno nel 1836 e che fece ben 38 vittime.
   Fu per la fine di questo morbo che la comunità di Maderno fece un voto di innalzare un monumento in onore a S.Ercolano che fu realizzato ed inaugurato in Piazza nel 1838. L'onere per la costruzione dello stesso fu interamente finanziato con le offerte dei parrocchiani che attribuirono al Santo il merito di aver domato l'epidemia.


                                                Andrea De Rossi

PAUL HEYSE OSPITE AL "CAVALLO BIANCO"



Prima di parlare del poeta tedesco Paul Heyse, cerchiamo di ricostruire la storia di questa antica locanda che lo ospitò nel 1870.
            Per chi non lo sapesse l’antica locanda del “Cavallo Bianco”, ora abitazione civile, era situata a Toscolano in Via Trento,31, di fronte all’ex Caffè Bonizzoli e locanda La Fiorita.(ora DEC arredamenti) Da quando iniziò la sua attività  “Il Cavallo Bianco” cambiò più volte nome. Non è dato sapere invece, la data in cui venne aperto.
 Da una documentazione in mio possesso risulta che già nel 1873 lo scrittore Enea Bignami nella descrizione del suo “Giro intorno al Lago di Garda” ebbe occasione di citare la locanda “Cavallo Bianco” di Toscolano, che gli era stata particolarmente raccomandata da amici.
 La rivista “Il Garda” del 1890 pubblica notizia che la stessa fu riaperta (probabilmente restò chiusa per alcuni anni) il 1 Febbraio 1890 con la nuova insegna del “Gambero”. Verso la fine dell'Ottocento e fino ai primi del Novecento riprese il suo nome originario di “Cavallo Bianco”
. Nel 1903, Micheletti, nella sua Guida “Al Garda” lo cita così: “… un buono e civile albergo del “Cavallo Bianco”, detto Candita, con illuminazione elettrica…”.  Nella pubblicità si cita il proprietario dell’epoca: Maceri Giovanni. Infine, nel primo decennio di questo secolo, fu definitivamente chiamata “Cavallino Bianco” fino al 1967, data in cui chiuse definitivamente i battenti.
            Ritorniamo ora a Paul Heyse, il famoso poeta e prosatore tedesco, Premio Nobel per la letteratura e profondo conoscitore dell’Italia, oltre che traduttore di poeti italiani, nato a Berlino nel 1830 e morto a Monaco nel 1914. Dal 1901 al 1910 soggiornò sul Garda e precisamente a Gardone Riviera, nella Villa Fritzsche (ora chiamata Itolanda). La villa che si trova fra il Casinò e l’Albergo Fiordaliso, fu da lui acquistata nel 1899 e dedicata alla moglie Annina.. E’ qui che scrisse le sue “Novellen von Gardasee” (Novelle del Garda - tradotte in italiano da Silvia Faini). La stessa villa fu anche la dimora, di Vittorio Mussolini e della  sua famiglia, durante il periodo della Repubblica Sociale. In una di queste novelle descrive il breve soggiorno a Toscolano presso la locanda del “Cavallo Bianco”, diversi anni prima di acquistare la villa a Gardone, luogo che un suo amico gli aveva raccomandato unitamente alla locanda “Cavallo Bianco”, a motivo della pulizia e del prezzo modico.
            “…Nel limpido sole autunnale del 3 ottobre ero arrivato con l’imbarcazione proveniente da Desenzano, passando davanti a Salò e Gardone Riviera, allora ancora sconosciuto e alla ridente Maderno…” così descrive il suo arrivo per la prima volta sul Garda. Sceso dal natante a Maderno, raggiunse Toscolano attraverso un viale d’allori e successivamente, nell’unico vicolo esistente senza sole, tanto da provarne una sgradevole sensazione che gli fece pentire di non aver seguito la prima impressione ed essere rimasto a Maderno. La cordiale accoglienza del gestore della locanda, al quale presentò subito i saluti del vecchio amico ospite, gli fece cambiare opinione.
Secondo Heyse la casa in cui soggiornava non si trovava in posizione solatia, ed assomigliava più ad una locanda con stallaggio (era effettivamente una locanda con stallo) che ad un albergo. E così continua: ”…e anche l’unica stanza, saltuariamente occupata da qualche straniero di passaggio e che era servita per l’appunto al mio amico, era solo un grande locale spoglio, dipinto di bianco, senz’altra mobilia che l’ampio letto di ferro dalle grezze lenzuola immacolate, una sedia di paglia, un lavabo su un sostegno di ferro e un tavolinetto traballante. Alcuni ganci e chiodi alla porta facevano le veci dell’armadio e del cassettone...”. Nonostante ciò ritenne che si poteva considerare una stanza allegra perché dall’unica finestra che dava sul cortile interno, si poteva ammirare un giardino ancora fiorito di dalie e di rose, chiuso in fondo da una serra colma di limoni.
            Familiarizzò subito con la moglie ed il figlio del locandiere. Il giorno successivo, di buon mattino, scese nell’uliveto dove, secondo la tradizione, doveva trovarsi l'antico “Benacus” e da lì uno scenario di luci e colori gli si presentò di fronte, con lo sfondo del Monte Baldo.
            Quando verso mezzogiorno ritornò alla locanda, dalla porta della cucina gli venne incontro il gestore il quale aveva su ogni mano un pezzo di carne cruda con l’intenzione di chiedergli quali delle due qualità avesse preferito gustare: quella di manzo o quella d’agnello. Con la stessa disinvoltura, riguardo al pranzo, si comportò anche nei giorni successivi. Ma il poeta era talmente attratto dall’arte e dalla bellezza dei luoghi, che molto raramente si occupava del suo nutrimento, tanto da non saper affermare se la cucina corrispondeva alle sue aspettative.
            Poco distante vi era l’unico caffè del paese, quindi il mattino successivo pensò di fare colazione proprio lì in quanto, secondo l’abitudine italiana, non era possibile consumarla nell’albergo in cui si era alloggiati.
            “LUIGI CARAMELLA, CAFE’ E LIQUORI” questa era la scritta che spiccava all’esterno dell’esercizio. Dalla finestra della stanza in cui era alloggiato, la sera prima aveva notato che davanti all’ingresso del caffè vi era una piccola schiera di notabili del luogo che fumavano e sorseggiavano diverse bevande di vari colori,  impegnati in un’animata discussione della quale però il poeta non riuscì a capire una sillaba perché, afferma, lì anche il Parroco ed il Maestro usavano esclusivamente il dialetto locale.
            Quando verso le dieci gli ospiti se ne andarono, l’oste prese un mandolino e accompagnò alcune canzonette popolari cantandole nel più puro dialetto napoletano.
            Il mattino seguente il poeta decise di entrare nel caffè, e. Giggi Caramella si presentò subito al nuovo ospite come un autentico napoletano, nato nel cuore di Santa Lucia. Era un tipo snello, bruno scuro, con occhi di fuoco che facevano capire tutta la sua scaltrezza e malizia, molto diverso – afferma Paul Heyse – dai visi lombardi con cui era abituato a convivere.
            Naturalmente l’oste raccontò all’ospite tutta la sua vita: era giunto a Genova per svolgere affari per conto del fratello maggiore che possedeva grandi vigneti a Posilippo e quindi per commerciare il suo vino. In seguito ad una gita sul lago di Garda si era trasferito a Toscolano e poichè il padrone del caffè era deceduto, aveva pensato di subentrargli, non tanto per gli ospiti del locale con i quali non c’era molto da guadagnare, ma per fissare quassù una base per lo smercio del “suo” vino. Sempre secondo l’oste napoletano, il “vino del Vesuvio” presto era diventato popolare in loco. Dopo queste descrizioni così colorite il poeta fu tentato di gustarlo anche perché al “Cavallo Bianco” non è che si parlasse molto bene di lui ed in più ai clienti veniva somministrato solo il proprio vino che  era acidulo.
            Finite le  presentazioni Paul Heyse si rivolse all’oste per ottenere un caffè, motivo per il quale aveva deciso di recarsi in quel locale. Dopo alcune tergiversazioni che non gli piacquero molto all’ospite ed una lunga attesa, l’oste gli portò una mistura torbida e densa in un piccolo bricco storto di stagno con dei pezzettini polverosi di zucchero e un panino non certo fresco vicino ad una tazza un po’ sciupata. Se l’ospite desiderava del latte, affermò l’oste, lo avrebbe mandato a prendere perché i suoi clienti bevevano solo caffè nero e preferivano, piuttosto, bibite, vino, liquori ed acqua gazzosa.
            Dopo questa prima esperienza Paul Heyse pensò bene di rinunciare a far colazione in questo caffè e presso la locanda in cui soggiornava, si fece preparare nei giorni seguenti qualcosa che assomigliasse ad un caffèlatte.
            Quanto descritto dal poeta sono solo piccoli particolari inerenti il suo soggiorno a Toscolano. Il suo interesse principale fu soprattutto la natura che lo circondava. Non vi fu colle o fattoria solitaria nel raggio fra Montemaderno e la bianca chiesetta di Gaino che esaminasse con curiosità di artista in cerca di motivi pittorici, tanto che in quei giorni riempì il suo album di “…paesaggetti con ornamenti…”.
            Nei vigneti e negli uliveti vedeva gli uomini svolgere il loro lavoro senza canti e suoni. Non c’era molta allegria nel paese, se si escludono le risate di Giggi Caramella. Si vedevano solo espressioni serie e tristi, perfino fra le ragazze e i bambini. Il poeta venne poi a sapere dal locandiere la ragione di quello stato d’animo spento e triste. Gli ultimi tre anni erano state annate cattive per il vino e per le olive. Così alcuni erano stati costretti a cercare lavoro nelle fabbriche di carta, nella gola del fiume Toscolano, “…lavoro che veniva mal pagato e che rendeva gli uomini, immagine di Dio, delle macchine...”
            Quanti - afferma il poeta - “…a causa sua si erano rovinati corpo e anima solo per far arricchire i proprietari…” E perché tanto bisogno di carta? Di libri ce n’erano già abbastanza nel mondo ed i giornali raccontavano solo menzogne. Se non ci fosse stata la carta il cittadino non sarebbe stato inquietato dai bollettini delle imposte. La carta, conclude il poeta, “…era dunque un’invenzione del diavolo e il Santo Padre a Roma avrebbe dovuta proibirla a  tutti i buoni cristiani…”, dimenticandosi  però, di rilevare che lui stesso ne faceva un ampio uso per la sua attività.
            Concludendo questa sua novella Paul Heyse racconta che dopo più di un quarto di secolo ritornò con la moglie a Salò e non mancò di fare una capatina a Toscolano per rivedere il suo “Cavallo Bianco” che era divenuto “Cavallino Bianco”. Seppe che da allora la pensione era passata in tre mani. L’attuale locandiera, essendo del posto, raccontò tutte le notizie riguardanti i precedenti proprietari ed altri personaggi che  aveva conosciuto nella sua breve permanenza. Il caffettiere Giggi Caramella, pieno di debiti fino al collo, se ne dovette scappare lasciando sola la sua Adele con una bimba piccola.
            Fin qui la descrizione del poeta.
            Per quanto riguarda il Caffè del Caramella ritengo che non possa essere che quello ubicato a piano terra dell’edificio posto a sinistra dell’ingresso in Via Cartiere, l’unica strada che un tempo conduceva all’interno della valle, dove attualmente si trova una parrucchiera (a 50 metri in via d’aria dal giardino interno della locanda ”Cavallo Bianco”). Nello stesso locale, diverse decine di anni fa, vi era l’Ufficio del Dazio.
            Nella mia collezione ho la preziosa fotografia ingiallita dal tempo qui sotto riprodotta,  risalente circa alla fine dell’800 che mostra il locale sopracitato con una nuova scritta all’ingresso: AL TICINO – LIQUORI – VINO.  Senza dubbio è lo stesso locale in cui s’installò Giggi Caramella, cambiandone però l’insegna.
            Ho fatto delle ricerche per avere maggiori notizie di questo singolare personaggio napoletano trapiantato a Toscolano, ma non ne sono venuto a capo di nulla. Forse il suo soggiorno a Toscolano fu così breve, a causa dei cattivi affari, da non lasciarne  alcuna traccia.

                                                                                                                       Andrea De Rossi