martedì 24 dicembre 2013

Attività lavorative locali scomparse: LA FABBRICA DEL GHIACCIO



Fino agli anni sessanta del secolo scorso, ha funzionato al promontorio di Maderno, vicino alla chiesetta dell'Immacolata, una fabbrica di ghiaccio gestita personalmente dal sig. Cesare Bonaspetti. Le stecche di ghiaccio prodotte, unitamente alle bibite, la cui attività era invece gestita dal fratello rag.Giovanni, erano consegnate a domicilio, inizialmente con carro trainato da animali, successivamente  con automezzi. La consegna avveniva tagliando la stecca di ghiaccio con la scure, nella misura richiesta dal cliente. Pagato il corrispettivo, il cliente avvolgeva parte della stecca in un panno di lana e lo portava nella ghiacciaia di casa.
Poi l'estendersi dei frigoriferi nelle abitazioni decretò la fine di questa antica attività.

                                                                                                    Andrea De Rossi

sabato 21 dicembre 2013

Attività lavorative locali scomparse: OFFICINE E FERRIERE



Intorno al ‘400 nella valle delle Camerate la famiglia De-Cameratis gestiva officine per la lavorazione del ferro e del rame, sfruttando la forza motrice idraulica del torrente Toscolano e l’enorme quantità di carbone prodotto nei nostri monti: alcune officine erano ubicate alle Camerate, altre più a nord ed altre ancora in località Covoli. Producevano attrezzi agricoli, ferri da taglio e chiodi di svariate dimensioni. La materia prima proveniva dalle valli vicine. Nel secolo successivo la famiglia De-Cameratis si trasferì a Desenzano e il suo posto fu occupato dalla famiglia Assandri di Gaino, soprannominata Delay la quale sviluppò quest’attività creando fonderie e magli per la costruzione di bombarde, ancore e catene che venivano fornite alla flotta veneziana. Ebbe palazzi a Brescia, mentre a Toscolano costruì un palazzo al porto.   Il sig. Tonoli continuò l’attività dei Delay. Dopo il 1750 divennero proprietari i Bottura di Gardone R. e, successivamente, tramutatesi in chioderie, passarono ai Visintini. Con l’avanzare della grande industria meccanica queste furono sopraffatte e dovettero soccombere alla concorrenza.

                                                                              Andrea De Rossi





Attività locali scomparse: IL MAGLIFICIO






Verso la fine dell’ultima guerra (1940-45) ebbe inizio a Maderno l’attività del maglificio Butturini-Sardelli, che divenne specializzato in confezioni per neonati contraddistinte dal marchio “Babys Tricot”.
Nei primi tempi ebbe sede provvisoria in un garage di Via Roma (dove si trova ora l’Hotel Bel Soggiorno) poi, dopo aver costruito un apposito opificio sul promontorio di Maderno in località “Bolsem”, si sviluppò ulteriormente, tanto che la manodopera impiegata passò da alcune decine ad un paio di centinaio di dipendenti. Negli anni cinquanta del ‘900 divenne proprietario il sig. Bertuetti e si trasformò nella società Maglificio di Maderno. Dopo aver proseguito attivamente la sua attività, verso la fine del ‘900 iniziò un periodo di crisi  e nel 2004 l’attività venne trasferita altrove. Nel 2011 l’edificio fu completamente demolito per far posto ad alcuni condomini.

                                                                             Andrea De Rossi

Attività locali scomparse: DISTILLERIE










Questa fu un’attività collegata direttamente alla produzione di cedri, che venivano coltivati insieme ai limoni. A proposito di cedri il Solitro nel suo libro “Benaco” del 1897 ci ricorda di aver visto nei giardini di Maderno cedri di meravigliosa grandezza con un perimetro di circa 35 cm ed un’altezza di sedici e del peso di circa 2 Kg.
Risulta che a Maderno nei primi anni del Novecento, queste attività erano gestite – in forma artigianale – dalla Ditta Podestini (che possedeva anche la Farmacia) e da Antonio e F.lli Boschetti, nonché da Attilio Battaini. A Toscolano, invece,v i erano i fratelli Villa, Venanzio Rodolfi, Tonoli e F.lli Avanzini. Questi nominativi compaiono sugli annuari dell’epoca. Con il progressivo abbandono delle limonaie anche queste distillerie cessarono per la mancanza di materia prima.
L’ultima distilleria, verso la metà del ‘900, fu gestita dal cav, Attilio Battaini, lo stesso che per diversi anni gestì la Locanda Frasca, divenuta poi albergo Bologna.

                                                                                   Andrea De Rossi
                                                                                      

Attività lavorative locali scomparse: CONCERIA PELLAMI





All’inizio dell’Ottocento, o forse anche prima, sulla destra del torrente Toscolano,in  territorio di Maderno (ex via Mulini divenuta via Bellini) funzionò una conceria di pellami che diede poi il nome di “Garbaria” a questa zona. Ritengo che tale nome derivi dalla parola tedesca Gerberei che significa appunto conceria di pelli e che tale attività sia stata gestita da una a persona di nazionalità tedesca e quindi la parola sia stata poi italianizzata. Ora in questo edificio vi è un frantoio oleario della ditta eredi Bonaspetti Carlo; alcuni anni fa durante alcuni lavori di ristrutturazione furono ritrovate alcune vasche sepolte contenenti un liquido scuro.
Da una pubblicazione in materia ho appreso che le materie prime che venivano usate in quel tempo per la concia del pellame erano la calce e le cortecce di quercia e di abete nonché la vallonea (varietà di quercia  esistente anche in loco ) le cui ghiande contengono molto tannino.

                                                                                                                Andrea De Rossi




venerdì 20 dicembre 2013

Attività locali scomparse: LE CALCHERE

 Erano forni a forma di botte costruiti con pietre inserite nel terreno fino a metà con dimensioni di circa 3-5 metri di diametro e 2.4 di altezza, e servivano per produrre la calce necessaria all’edilizia. Sotto si scavava una fossa per porre la legna da riscaldare il forno, mentre sopra vi era una base di appoggio per deporvi la pietra calcare da cuocere. Il tutto veniva ricoperto da rocce o zolle di terra. Per ottenere la calce il fuoco doveva raggiungere una temperatura di 900 gradi ed era necessaria una settimana per ottenere il risultato. La pietra calcificata, dopo essere stata estratta ancora intera dal forno, ma con un peso dimezzato, veniva posta in una buca e spenta con l’acqua. Un procedimento che portava la calce in ebollizione a circa 400 gradi, polverizzandola e rendendola pronta all’uso. Questi forni venivano costruiti vicini ad una strada allo scopo di facilitare il trasporto sul posto delle rocce calcaree necessarie per ottenere la calce.
Le calchere, o fornaci sono ora scomparse. Nella foto si possono vedere i resti di una antica fornace che si trova a Maderno, nei prati di San Martino,sulla strada che conduce a Maina. Altre ne esistono presso la Rocca di Sanico ed in località “Piardel de la cesa”+
Queste opere architettoniche rurali antiche avremmo il dovere di conservarle e consegnarle nei migliori dei modi alle future generazioni in modo che le nostre tradizioni non si perdano nel tempo..
                                                                                           Andrea De Rossi


Attività locali scomparse:I CARBONAI





Gli ultimi  carbonai (in dialetto carbunèr) si sono visti sulle nostre montagne verso la metà del ‘900. Per ottenere il prodotto finito dovevano seguire un procedimento lungo e faticoso. Cerchiamo, in breve, di analizzarlo:
-         ripristino piazzuole utilizzate anni precedenti chiamate giàl
-         ricerca del legname necessario (faggio o carpino) per costruzione del poiàt
-         una volta accatastato,  il legname viene coperto con miscuglio di terriccio, fogliame e terra ben pressata per impedire l’entrata di aria e viene  lasciato al centro uno sfogo per il fumo prodotto
Dopo l’accensione del poiàt è sempre necessaria la presenza del carbonaio affinché non venga distrutto dalle fiamme. Il fumo, l’odore acre e pungente si sparge tutto intorno. Dopo una settimana avviene il collassamento del poiàt che viene lasciato a raffreddare per un giorno. Ora il prodotto è pronto per lo smercio. Su 100 q,li di legna si ottiene carbone che oscilla dal 20 al 50%.
                                                                                                    Andrea De Rossi

                                  

                                                                         Andrea De Rossi

lunedì 25 novembre 2013

M.A.S. NEL GOLFO DI MADERNO NEL 1918

Quella grossa boa circolare rivestita in ferro, già sprofondata e recuperata negli anni settanta del ‘900 dal fondo del lago nel golfo di Maderno, è strettamente collegata con un avvenimento della Iª guerra mondiale. Fu posta nel 1918 a cura della Marina Militare per ormeggiare i tre M.A.S. (Motobarca Armata Silurante) giunti sul Garda nell'ultimo anno di guerra a difesa di attacchi nemici.
   Fu proprio in quell'anno che il Comando Flottiglia del Garda con sede a Peschiera fu trasferito a Maderno e precisamente nella casa Hell in Via Roma, fabbricato situato fra l'attuale Albergo Bel Soggiorno e la casa Dubbini, sulla facciata del quale fino ad alcuni decenni fa si potevano osservare diverse decorazioni riproducenti stemmi e motti della Marina Militare.
   E' stata pubblicata nell'agosto 1981 sulla rivista "Storia illustrata" e su "Bresciaoggi" un’interessante fotografia dalla quale si possono vedere appunto i tre MAS "203", "17" e "12" ormeggiati il 4 ottobre 1918 nel golfo di Maderno, a lato della chiesa parrocchiale.
   Si deve ricordare che, essendo prossimi al confine,  tutta la  zona si poteva considerare di prima linea. Prima dell'arrivo dei MAS furono requisiti dalla R.Marina, ed armati, due piroscafi ad elica il "Garda" ed il "Mincio" che si concentrarono nella baia di Sogno (sulla sponda veronese a nord di Cassone) non lontani dal forte Trimelone posto sull'isola omonima, dove fu posta anche una rete di protezione da eventuali sommergibili, lunga circa 400 metri. Successivamente altri sette battelli, fra cui "Angelo Emo", "Italia" e "Zanardelli" furono requisiti ed armati con cannoni e mitragliatrici leggere.
   Il 21 Febbraio 1916 vi fu anche un'incursione da parte d’aerei austriaci su alcune località della riviera. Furono sganciate alcune bombe su Desenzano che provocarono due morti e sette feriti, a Salò un decesso, mentre quelle lanciate su Sirmione, Fasano e Gargnano non provocarono perdite. Furono proprio i MAS “203” e “12” che il 3 novembre 1918, alla vigilia dell'armistizio, sbarcarono a Riva  con due plotoni di marinai i quali, dopo sporadici colpi di fucileria, occuparono la cittadina trentina. I MAS era comandati dal Ten. di Vascello Carlo Orlando, unitamente ad una Lancia della Guardia di Finanza. Gli stessi M.A.S., come ha scritto Salvatore Lattarulo su “Bresciaoggi” del 2.8.1981 furono protagonisti nella notte dal 4 al 5 maggio 1918 dell’assalto all’impianto elettrico a sud. di Torbole (funzionante per alimentare i proiettori) distruggendolo parzialmente. In altre operazioni notturne i motoscafi sbarcarono sulla costa nemica, per recuperare successivamente, alcuni informatori.
                                                                                                          Andrea De Rossi
 1.08.2011


L'ANCORA DEI M.A.S. SUL LUNGOLAGO DI MADERNO

Domenica 11 dicembre 2011, alla presenza di autorità civili e religiose, si è svolta una commovente cerimonia sul Lungolago di Maderno (di fronte Hotel Milano) non solo per deporre sulla passeggiata a lago una grossa àncora del peso di Kg.478 che dal 1918 faceva la funzione di corpo morto, in fondo al lago, alla boa circolare che nell’ultimo anno della prima guerra alla quale erano ormeggiati i tre M.A.S. (Motobarca Armata Silurante) “12” –“17” e “203”, ma anche per commemorare i Caduti della Marina Militare. L’operazione di ricupero avvenne del settembre 2011 dai subacquei dell’Associazione Deep Explorers.
Il rag. Piva Pier Luigi ci ha gentilmente passato la foto riguardante gli equipaggi di questi natanti, fra i quali c’è anche il padre Piva Pietro, classe 1893, da Venezia (il primo a destra dei tre in piedi con la divisa scura) - quì sotto vedasi foto ingrandita.
         Due di questi M.A.S. salpati da Maderno il 3 novembre 1918, sbarcarono a Riva del Garda con due plotoni di marinai e, dopo sporadici colpi di fucileria, occuparono la cittadina  trentina.
                                                                              Andrea De Rossi


                                                                      



sabato 19 ottobre 2013

BERTOLAZZA BARTOLOMMEO

Musicista virtuoso del mandolino

Bertolazza Bortolommeo di Domenico e di Apollonia Lombardi fu un personaggio straordinario locale che merita di essere ricordato. Nacque a Toscolano il 3 marzo 1772 in una cartiera che il padre Domenico, affittuale dei Conti Fioravanti-Zuanelli, gestiva a Toscolano in località “Religione”e che il secolo successivo passò di proprietà alla famiglia Visintini. Fu battezzato il giorno successivo da Don Canetti, come risulta al n° 364 nel registro custodito presso la Parrocchia di Toscolano. Il padrino, o compare come si chiamava un tempo, fu G.D. Francesco Monselice di Bortolo da Maderno. Purtroppo morì tragicamente nel 1820.

Fu uno strano, semplice, ma importante personaggio con forte inclinazione per la musica tanto che, in breve tempo, riuscì da autodidatta a diventare un virtuoso del mandolino.

Quando ancora era un ragazzino Bartolommeo dovette, a malincuore, seguire le orme del padre per apprendere il mestiere di cartaio. Questa attività era poco gradita perché il giovane aveva un carattere inquieto ed una forte passione per la musica, tanto da essere ammirato da tutti.

Esaltato dai successi ottenuti in campo musicale, a diciotto anni decise di abbandonare il paese e la propria famiglia e, in compagnia dei suoi amici Bazzani e Lena, suonatori di chitarra e Pietro Ferrari cantore di arie buffe, decise di percorrere l’Italia del nord ed in particolare il Piemonte ed il Trentino tenendo concerti nelle piazze, nelle osterie e nei teatri. Il successo fu immediato, applausi e denaro permettevano a questo gruppetto di condurre una vita spensierata. Poi si trasferirono a Marsiglia e Tolone riscuotendo consensi ed applausi sia sulle piazze sia nei teatri vivendo delle sole offerte del pubblico fino allo scoppio della rivoluzione del 1797, che li costrinse al rimpatrio.

Il Bertolazza rimase a Toscolano per poco tempo per poi trasferirsi nel Tirolo dove prese in moglie Margherita Leonardi. Il 29.3.1796 gli nacque il figlio Giacomo Giuseppe divenuto poi anch’esso amante della musica. Ripresi dalla febbre dell’avventura, partirono per il Tirolo da dove passarono poi in Austria, visitando, prima di giungere a Vienna, le principali città. Nella capitale conobbe il celebre pianista Colò di Riva del Garda il quale, dopo aver scoperto il suo gran talento musicale, gli insegnò lettere e musica. La Corte di Vienna e le personalità d’alto rango facevano a gara nell’offrirgli lavoro e protezione, ricompensandolo di denaro ed onorificenze per la tecnica, l’eleganza e la melodia delle composizioni che aveva il dono di natura d’improvvisare con molta facilità.

Nel 1799 si trasferì a Londra dove rimase fino al 1802. Fu chiamato dalla Corte per le sue capacità musicali dalla quale riceveva un compenso di due ghinee al giorno e che gli permetteva anche di dare applauditi concerti dai quali trasse sostanziosi benefici economici.

Alla fine del 1802 ritornò in Austria per poi partire per la Germania e si fermò nella citta di Dresda dove il 10.9.1803 si esibì presso la Corte con uno spettacolare concerto che entusiasmò a tal punto il pubblico che in suo onore fecero stampare, in seta, due sonetti in italiano con la riproduzione del suo ritratto che lo storico locale Avv. Donato Fossati nel suo libro “Benacum – storia di Toscolano” edito nel 1941 dichiarò di possederne un esemplare. Successivamente si trasferì a Berlino dove, nel 1804, suonò accompagnato con la chitarra dal figlio di appena otto anni, le variazioni tratte da un tema dell’opera “La bella molinara” di Giovanni Paisiello.

Nel 1805 la famiglia Bertolazza ritornò a Vienna dove Bortolommeo tenne molti concerti e lavorò come insegnante di mandolino e chitarra e come compositore.

Dopo il 1814 non si ebbero più notizie di questa famiglia, sennonché, si venne poi a sapere che nel 1820 decise di trasferirsi tutta in Brasile, dove, si diceva, che il nostro artista avesse intenzione di raggiungere una vecchia fiamma coronata che aveva conosciuto a Dresda.

Ma il destino volle che la nave che trasportava questa famiglia, naufragasse con tutti i suoi passeggeri. Bartolommeo aveva, in quel tempo, appena 50 anni..Lasciò numerose composizioni non solo riguardanti lo strumento preferito, il mandolino, ma anche la chitarra, il violino ed il pianoforte.

Qui sotto viene riprodotto uno stralcio del registro dei battesimi di Toscolano dove risulta indicato come Bartolommeo Bertolazza.

 
         
                                                                                                                                                       

BIBLIOGRAFIA
- Enciclopedia Bresciana di Antonio Fappani
- Enciclopedia dei musicisti bresciani - pag.55 di Giovanni Bignami
                                                                      
                                                                                                               Andrea De Rossi

sabato 28 settembre 2013

HOTEL PENSIONE VILLA DELLE ROSE A MADERNO




          

Siamo verso la fine dell'Ottocento. La foto di sinistra ci mostra l'Hotel Pensione Villa delle Rose, situata in Via Tito Speri a Maderno, il cui proprietario era il sig. Filippo Erculiani.
Negli anni successivi questo esercizio alberghiero si trasferì nel fabbricato a fianco dell'Albergo Maderno.
La foto di destra riprende invece il golfo di Maderno prima che venisse costruita la nuova strada provinciale a lago.


Cartolina archivio Andrea De Rossi

PENSIONE E RISTORANTE BELVEDERE (Frasca)




                  
La cartolina si riferisce agli anni cin quanta del novecento e riproduce l'ex pensione Ristorante Belvedere detta "La Frasca"a Maderno sulla statale per Fasano.
In un primo tempo fu gestita dal sig. Attilio Battaini, poi fu trasformata nel Ristorante "Bologna"gestito dalla famiglia Manferdini ed, infine, nel 1970 trasformata in condominio.
Durante la gestione Battaini la sala ristorante fu trasformata in sala da ballo.

                                                                                                           Andrea De Rossi

CONSEGNA FEDI D'ORO ALLA PATRIA NEL 1935



                         

Dopo due mesi dall'inizio della guerra d'Etiopia, avvenuta il 2 ottobre 1935, alle madri e alle spose italiane fu "richiesta" eufemisticamente parlando, perchè in effetti era un obbligo, l'offerta della fede nuziale d'oro in cambio di una d'acciaio. Poi il 10,6,1940 l'Italia entrò in guerra a fianco della Germania e ai cittadini tutti furono richiesti altri sacrifici. Per primo l'obbligo della rimozione delle cancellate, il mese dopo toccò al materiale di rame da cucina mentre alla fine del 1944 alla consegna di tutto il filo metallico, compreso quello spinato..
La ricevuta della consegna della fede d'oro sopra riprodotta riguarda la consegna effettuata nella città di Milano. Nei paesi come il nostro, invece, la fede si poneva in un elmetto che era posto su un tavolo in piazza. Non ricordo che venissero rilasciate ricevute. Saranno certamente stati indicati su un registro i nominativi degli "offerenti" le fedi d'oro.
                                                                                                        Andrea De Rossi

                                                                                                   <Andrea  De Rossi

venerdì 27 settembre 2013

LA CORTESELA O PIAZZETTA VENETA DI MADERNO


                                                   
Foto archivio  Andrea De Rossi

La foto, che risale agli anni trenta del '900, ritrae la caratteristica piazzetta che si trova in Via Garibaldi a Maderno, chiamata anche "Cortesèla" o "Piazzetta veneta".
A sinistra, in basso, si vede il sig. Gaetano Benoni che sta svolgendo la sua attività di materassaio .
In quel tempo la casa che sta di fronte era di proprietà della famiglia Cantoni, ora estinta.
A destra, invece, si vede l'ingresso alla caratteristica osteria del "Gastaldì" dentro la quale era esposto un curioso cartello con la seguente dicitura:

OSTERIA DEL GASTALDI'
Si può
Bere, mangiare
Giocare a carte
Fumare
Suonare, Cantare
Parlare di politica 
 Fa töt chel che se völ

Ora tale cartello si trova esposto in un noto ristorante di Salò, gelosamente custodito in un quadro incorniciato.

                             Andrea De Rossi    
 

QUADRO PITTORE FOCARDI VEDUTA DA GAINO






                          




Il quadro è opera del pittore fiorentino PIER FOCARDI, nato nel 1889 e morto nel 1945. Fu un "divisionista", in altre parole apparteneva al movimento pittorico che utilizzava una tecnica particolare nel dipingere simile a quella del famoso pittore trentino Segantini.
Visse diversi anni a Maderno dove giunse, nel 1918, da Padenghe nel cui comune gli è stata dedicata una via. Iniziò a dipingere già a 12 anni. Poi partecipò a numerose esposizioni  d'arte e si fece un nome. Fu interprete del nostro lago fissando su tela i punti più belli e caratteristici.
Quello esposto sopra fa parte dei tenti quadri riguardanti Toscolano e Maderno. E' stato preso dal prato antistante la vecchia chiesa di Gaino e si nota un contadino con i suoi attrezzi da lavoro che sta osservando da questo punto panoramico il meraviglioso promontorio.

                                                                                               Andrea De Rossi

giovedì 26 settembre 2013

ALBERGO RISTORANTE MONTE BALDO A TOSCOLANO



                                                                         

La foto, scattata nel 1926, non vuol ricordar che qui ci fu la sede della Banca S.Paolo e tantomeno quella dell'attuale Farmacia. In quell'epoca, invece, funzionava L'ALBERGO RISTORANTE MONTE BALDO a Toscolano, come si può leggere sul tabellone posto sul terrazzo superiore.
Davanti all'albergo si nota il sig. Castellini, allora proprietario dello stabile. Non si conosce, invece, il nome del gestore dell'albergo.
E' ben visibile, in primo piano, la linea elettrica che alimentava il tram che dal 1922 collegava Toscolano con Gargnano.
                                                                       Andrea De Rossi

                                                                                                   Andrea De Rossi

LA "CASETTA" DI TOSCOLANO



                                          

La foto risale intorno agli anni venti del Novecento quando la strada provinciale, da pochi anni costruita, non era ancora asfaltata.
Questo vecchio edificio isolato è sempre stato chiamato la "casetta" o la "casa degli spiriti" ed in quel tempo non era stato ancora alzato oltre il livello stradale.
Un piccolo e ripido sentiero scendeva da Cecina e dava quindi la possibilità alle donne della frazione di recarsi sulla spiaggia sottostante per fare il bucato, Col tempo si è quindi creato un diritto di usufruire di un fondaco della "casetta" per ripararsi, in caso di maltempo.

                                                                                                    Andrea De Rossi

LA CARTIERA MAFFIZZOLI DA POCO COSTRUITA


                                                                             
La foto risale intorno al 1910. Da pochi anni è stata costruita la nuova cartiera Maffizzoli che ha sostituito quelle esistenti nella Valle delle Cartiere.
Da osservare un particolare interessante, Non esiste ancora la strada provinciale per Gargnano e lo conferma il fatto che la limonaia esistente giunge fino davanti alla chiesa, per cui tutti i mrzzi e le persone che devono recarsi nel nuovo stabilimento sono costretti ad attraversare il paese di Toscolano. In quel tempo il prodotto finito della cartiera veniva trasportato a Desenzano o Peschiera con appositi natanti che partivano dal porto interno  dello stabilimento, e, successivamente, raggiungevano la loro destinazione a mezzo di treni merci.

                                                                                                              Andrea De Rossi

OPERAI E DIRETTORE CARTIERA MAINA INF.





Questa foto risale al 1926 quando la cartiera di Maina inferiore o Macallè ancora era in funzione ed era direttore, in quel tempo, il sig. Alessandro Bonomi (quello in centro che porta la cravatta).
Il documento mi è stato gentilmente concesso dal sig. Arturo Simoni di Gaino figlio di Giuseppe. Quest'ultimo, in quel tempo, esercitava il servizio di guardia giurata alle cartiere di Caneto, Maina superiore e Macallè ed è inserito nella foto.

                                                                                                                Andrea De Rossi




mercoledì 25 settembre 2013

GIARDINO D'INFANZIA DI GAINO 1903


                   

La cartolina sopra riportata porta la data 18 ottobre 1903 ed è firmata dal Comitato promotore per i festeggiamenti in occasione dell'inaugurazione del Giardino d'Infanzia di Gaino costruito dalla famiglia Maffizzoli. La foto è di Arturo Giovanelli.
Nerll'aprile 1904 fu pubblicato un opuscolo a cura del Dott. G.Battista Salvadori per le "Grandi Feste di beneficenza a favore dell'Asilo d'infanzia di Gaino e della società operaia di Toscolano". In questo opuscolo sono inserite citazioni storiche su Toscolano e sulle sue cartiere, accompagnate da diverse foto dell'epoca sempre di A.Giovanelli. Nella stessa occasione fu stampata una bella cartolina a colori, stile Liberty, a ricordo di queste feste.
                                                                                                    Andrea De Rossi
                            

LE SPIAGGE DIVENUTE ORA PARCHEGGIO



                                        

                              

Foto anteriori al 1960 quando allora esistevano le spiagge in località "Rovinato"
Poi sono scomparse per far posto ad un grande parcheggio dedicato ai Marinai d'Italia. Utilissimo, certamente in un paese turistico come il nostro, ma nel contempo abbiamo perso un angolo caratteristico di Maderno. Quando le lavandaie non trovavano posto sui gradini a lago della piazza, questo era il posto più vicino e facilmente accessibile per svolgere la loro attività. Naturalmente in estate era affollato di bagnanti.
Su queste spiagge i pescatori professionisti catturavano, a quintali, le alborelle o "aole" quando erano in "frega", cioè al momento in cui deponevano le uova.

                                                                                                           Andrea De rossi

L'APPRODO DEI BATTELLI E' STATO SPOSTATO


                                                                             

                                                                 

Siamo nei primi anni del Novecento quando all''imbarcadero di Maderno non era stata ancora costruita la casa per il battellante con relativa biglietteria e sala d'aspetto. I biglietti erano allora venduti in una baracca di legno che si nota nella foto. Intorno era stesa la biancheria che le lavandaie avevano appena lavato nel lago. Vicino alla baracca si notano due cartelli pubblicitari, Uno si riferisce all'Albergo S.Marco di Maderno, mentrel'altro reclamizza alcuni alberghi di Gardone Riviera. Un battello dell'epoca, carico di turisti, si sta avvicinando all'imbarcadero.
Sullo sfondo, dietro la villa Bianhi, divenuta hotel Golfo,si vede ancora l'Albergo Lignet che in seguito fu abbattuto dal Cav,Bianchi dopo l'acquisto del "Serraglio". L'austriaco Lignet, proprietario di questo Albergo, ne costruì subito un altro sul lungolago di Maderno che prese lo stesso nome, che è poi l'attuale Istituto S.Cuore. Fu in quest'edificio che dal 1916 al 1918 furono ospitati gli sfollati di Limone durante la prima guerra mondiale.
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                                                                                                                   Andrea De Rossi


BASILICA DI S.ANDREA SENZA LA CRIPTA



                                                                         

La foto dell'interno della Basilica romanica di S.Andrea di Maderno risale al 1950 circa, prima che la

Sovrintendenza alle Belle Arti provvedesse, nel 1962, al recupero della cripta che fu chiusa nel 1580

per volere del Cardinale Carlo Borromeo, in visita apostolica nella riviera.

Tale decisione fu presa dal Cardinale perchè in questa cripta anticamente i pagani si rivolgevano ad Apollo,

dio della bellezza, del sole e della luce, per ottenere le risposte alle loro richieste, e ciò non era compatibile

con i principi della religione cattolica.

                                                                                                       Andrea De Rossi


CANALE CHE CIRCONDAVA IL CASTELLO


la foto sopra riprodotta è il particolare di un'altra più grande, risalente alla fine dell'Ottocento, che riprende tutto il promontorio di Toscolano-Maderno visto dalla frazione di Maclino. Da questo ingrandimento, per la prima volta, si vede il canale o fossa che in tempi lontani circondava il castello ma a quest'epoca giungeva fin sotto la torre del campanile, ed era chiamato il "bacino della fossa". Essendo con il tempo divenuto un deposito di rifiuti, fu coperto completamente nel 1901. Durante la dominazione veneta il castello  fu trasformato in un palazzo pubblico nel quale aveva sede il Giudice chiamato allora Vicario. Sulle rovine di questo edificio è sorta la chiesa Parrocchiale di S.Andrea che fu inaugurata nel 1825..
Come si può notare in quel tempo non esisteva ancora il primo tratto di lungolago che collega la piazza con l'approdo dei battelli che fu costruito nel 1901. In quel tempo il battello approdava vicino alla spiaggia dietro la quale sorgeva una casetta dove si trovava l'osteria del vapore. (dove nacque la celebre cantante Giuseppina Cobelli). Soltanto nel 1925, nello stesso luogo, sorse l'Albergo Milano. Chi doveva prendere il battello doveva percorrere la strada che passava a sinistra della chiesa, girare intorno al "bacino della fossa" per giungere alla spiaggia dove veniva ormeggiato il battello. Per salirvi, occorreva munirsi di un pò di coraggio perchè si doveva transitare sul alcune assi traballanti sostenute da cavalletti in legno.

                                                                                                              Andrea De Rossi

lunedì 23 settembre 2013

CONSUETUDINI DEL TEMPO PASQUALE SCOMPARSE



Colombine bianche
            Ogni anno durante la celebrazione della domenica delle palme è antichissima tradizione sottoporre a benedizione i ramoscelli d’olivo che, nella nostra zona, data l’abbondanza e la concomitanza con la potatura sono portate in chiesa dai giovani, in piccole fascine.
            Questa tradizione continua tuttora, ma ciò che invece è andato scomparendo fino a diventare un lontano ricordo è l’addobbo dei ramoscelli con piccole colombe bianche, ricavate dal midollo estratto dai rami delle piante di fico.
            I più intraprendenti provvedevano direttamente a confezionarle; gli altri acquistavano queste suggestive colombine da chi aveva la capacità di realizzarle. Ricordo che uno dei migliori fu Guerrino Fiorese che, nel suo piccolo negozio d’articoli da pesca, con molta abilità in quest’occasione si dedicava a costruirle .
            Si trattava di prendere dei polloni da una pianta di fico, molto diffusa nella zona. Questi erano ridotti in piccoli frammenti, scartando i nodi, e con un’asticina rigida di legno o di ferro avente lo stesso diametro interno del ramo, con forza era spinto fuori il midollo bianco che, tagliato nelle dovute misure, serviva a realizzare la colomba.
            Così alla domenica mattina molti si presentavano in chiesa con il ramoscello d’olivo, sul quale erano state poste alcune colombe bianche e ricordo che si faceva a gara a chi le costruiva meglio.

Pulizia delle catene del fuoco
            Fino a circa la metà del secolo scorso, durante le pulizie straordinarie di Pasqua, era una simpatica quanto originale consuetudine, quella di affidare ai ragazzi la pulizia delle catene del fuoco che penzolavano dal camino, dopo un lungo inverno.
            Questo lavoretto, o meglio divertimento, che rendeva qualche spicciolo di mancia, consisteva nello staccare dal camino le catene annerite di fuliggine e trascinarle per le strade, allora non ancora asfaltate, attaccate ad una cordicella agganciata in vita in modo che diventassero lucide. Più lungo era il percorso più le stesse diventavano lucide. L’ultima tappa di questi viaggi fra le vie del paese, era la spiaggia. Qui le catene erano immerse nell’acqua per pulirle e, se necessario, era usata della pietra porosa trovata sulla spiaggia per completare l’opera. I ragazzi più intraprendenti non si accontentavano di pulire le catene della loro casa, ma passavano anche presso altre famiglie per offrire la loro disponibilità, con il risultato di ottenere due vantaggi: quello di farsi vedere superiori ai propri amici e soprattutto quello di ottenere un maggior beneficio economico.

Crepitare delle “scrisaröle” durante le funzioni religiose
            Durante le particolari celebrazioni religiose che si svolgevano le sere dal mercoledì al venerdì’ Santo per ricordare la crocifissione e la morte di Cristo, dopo aver terminato il canto dei mattutini e spenta l’ultima candela, un numeroso gruppo di ragazzi si organizzava per far crepitare le cosiddette “scrisaröle”, crepitacoli o raganelle in italiano, provocando nel tempio un forte baccano. Quest’originale e singolare attrezzo di legno, che necessariamente doveva essere costruito da un falegname tornitore, consisteva in una ruota dentata posta su un manico contro la quale era premuta una sottile asticella di legno. Facendola girare velocemente produceva un gran fragore. Come se ciò non bastasse, a Maderno interveniva anche il sacrestano (Gioanì Bugna) il quale uscendo dalla sacrestia con un altro singolare aggeggio, completava l’opera dei ragazzi provocando un terribile baccano tanto da spaventare i bambini presenti. Quest’attrezzo, denominato “spinasa” consisteva in una tavola di legno sulla quale, in entrambi i lati, erano applicate, con supporti girevoli delle liste in ferro. Roteando velocemente la tavola da destra a sinistra, i ferri sbattevano violentemente sul legno ed era ottenuto l’effetto desiderato.
            A Limone sul Garda, invece, era usato un altro attrezzo che produceva lo stesso fragore della “spinassa”, chiamato “la scrisaröla de la cesa”. Per farlo funzionare occorrevano due persone. Uno lo portava a spalle come uno zaino e l’altro doveva far girare la manovella per ottenere un gran rumore.
            Questa strana operazione aveva naturalmente un preciso significato: i ragazzi con il baccano procurato dalle loro scrisaröle rappresentavano la folla inferocita presente al processo contro Gesù che chiedeva la sua crocifissione.
Il nuovo Ordine della Settimana Santa, disposto da Pio XII nel 1955, abolì questa antica  consuetudine, che era prevista dalla liturgìa con le parole "Finita oratione, fit fragor et strepitus àliquantolum" (Finita l'orazione si faccia un poco di rumore e di strepito)
                                                                                                          Andrea De Rossi



                                                                                                        Andrea De Rossi

COLTIVAZIONE LIMONI NEL PASSATO


Nei secoli scorsi l’economia locale, oltre che sulla produzione di carta, si reggeva anche sull’agricoltura ed in particolare sulla coltivazione dei limoni e dell’olivo. Quella dei limoni, oggi, è completamente abbandonata, mentre l’olivo anche se drasticamente ridotto nel numero, è ancora mantenuto, ma non è più la fonte principale di reddito.
            Nel ‘800 Toscolano e Maderno, nella coltivazione dei limoni, si classificavano al 2° posto per importanza dopo Gargnano e addirittura prima di Limone.
Secondo Giuseppe Solitro le prime coltivazioni di limoni furono iniziate, nel XIV secolo, dai Padri Serviti di Maderno che avevano il loro convento sia nel palazzo divenuto poi dei Bulgheroni che nella soprastante casa in Via S.Pietro, chiamata poi Villa Caprera, e dai Frati di S.Francesco che avevano un Monastero a Gargnano.
            Lo storico veneziano Marin Sanuto nel suo “Itinerario per la terraferma veneziana”, nel 1483, passando da Maderno e vedendo queste particolari coltivazioni scriveva:… “Qui è zardini de zedri, naranzari, ed pomi damo infiniti…”. Così anche Silvan Cattaneo nel descrivere il suo viaggio sul lago nel 1550, dopo aver ammirato le bellezze artistiche di Maderno, affermava:…”abitazioni molto belle ed ornate con giardini amenissimi di cedri, aranzi e limoni, da fontane tutti irrigati..”
            Quest’attività rappresentava per centinaia di persone l’unica possibilità di lavoro perché, oltre ai “giardinieri” in altre parole coloro che gestivano le limonaie, trovavano occupazione anche muratori, fabbri, contadini e barcaioli. Questi ultimi provvedevano al trasporto dei frutti, ben imballati nelle casse, per mezzo delle barche sia verso Torbole sia verso Desenzano per essere poi esportati all’estero. Anche donne e bambini partecipavano ai lavori con il preciso compito, dopo la “spiccata” (cioè la raccolta dei frutti) di sceglierli suddividendoli secondo la grandezza. Per far questo lavoro facevano passare i limoni attraverso anelli di dimensioni diverse e, a secondo del diametro, ai frutti veniva attribuito un diverso valore di mercato.
            Non bisogna dimenticare che la coltivazione d’agrumi sul lago di Garda si trovava nella zona più a nord del mondo perciò, nonostante il clima mite della riviera, la pianta era sempre esposta ad improvvise diminuzioni di temperatura che, sotto lo zero, poteva danneggiare anche in modo irreparabile la pianta. Si giustifica quindi il motivo per cui queste piante necessitano di particolari cure nella stagione invernale.
            In genere le limonaie erano costruite a ridosso della montagna, a protezione del vento che la sera scende, ed erano tutte rivolte, per ovvie ragioni, verso sud-est. Erano, e lo sono ancora quelle pochissime rimaste, composte da tre muraglie. Una dietro, e due ai lati. Sulla parte anteriore erano posti, ben distanziati, numerosi pilastri che avevano lo scopo di sostenere il tetto di legno, messo a spiovente per ricevere maggiore luce dall’esterno.
            La coltura più intensa degli agrumi sul Garda era quella sulla riva occidentale, da Limone a Maderno, la parte più splendida della Riviera, quella che anticamente fu detta “Riviera in Riviera”, in minori proporzioni si trovava sulla sponda orientale da Castelletto a Garda. Se si esamina la situazione della Riviera Bresciana nel 1879, che in quel tempo contava complessivamente 30.000 campi di limoni (i rivieraschi chiamavano “campo” lo spazio di terra compreso fra i 4 pilastri e cioè due della prima fila e i due corrispondenti della seconda, spazio che era di circa 20 metri quadrati), si rileva che 21.000 si trovavano a Gargnano, 5.250 a Maderno e Toscolano e 3.750 a Limone. Ogni campo conteneva una o due piante di limoni e, qualche volta, anche una di cedro. Poiché ogni campo forniva in media mille limoni all’anno, come sostiene Donato Fossati, si può facilmente desumere che l’entità della produzione annua della riviera superava i cinque milioni, quantità non certo trascurabile agli effetti dell’economia di quell’epoca.
            Questa coltivazione richiedeva particolari cure da parte dei “giardinieri” soprattutto  all’inizio dell’inverno. Infatti, si doveva provvedere alla copertura della serra con assi sul tetto e con vetrate nella parte anteriore. Il tutto era custodito nell’apposito “casèl, una piccola casetta attigua alla limonaia. Durante l’anno le piante richiedevano di una frequente vangatura e potatura, oltre alla concimazione ed all’irrigazione. Quest’ultima avveniva a mezzo di canalette in pietra poste all’interno della serra le quali conducevano l’acqua necessaria alle singole piante. Per avere sempre l’acqua, anche durante la persistente siccità, erano costruite, a monte, capaci vasche che raccoglievano l’acqua piovana o quella di qualche piccola sorgente vicina, come nel caso della vasca esistente fino ad alcune decine d’anni fa in località S.Pietro, che serviva le limonaie della villa Bulgheroni..
Quando il freddo s’intensificava le persone addette badavano a tappare ogni fessura con fieno o paglia, operazione che era chiamata “stüpinàr”a giustificare il locale proverbio: “A Santa Caterina (25 Novembre) stüpina, stüpina”. E se il freddo si faceva più intenso, all’interno della limonaia si accendevano dei fuochi.
            Una prima battuta d’arresto nella coltivazione di questi agrumi avvenne nel 1855 con la comparsa della “gommosi” una malattia che colpiva le piante fino a distruggerle. Fu un vero disastro!. Nel 1873 l’agronomo locale Francesco Elena, uno dei tanti proprietari danneggiati da questa malattia poté constatare che la malattia non colpiva gli aranci amari. Ebbe quindi la brillante intuizione d’innestare i limoni con gli aranci amari. Gli altri produttori seguirono il suo esempio ed i risultati non mancarono.
Ma nel giro di mezzo secolo tanti altri fattori contribuirono al suo abbandono.Per prima cosa furono imposti pesanti dazi alle frontiere per la sua esportazione, inoltre lo sviluppo dei trasporti facilitò le importazioni del prodotto dalle zone meridionali ed infine il costo della manodopera cominciò a lievitare. Per cui il prezzo non fu più concorrenziale, e le coltivazioni furono letteralmente abbandonate così come la cura delle limonaie. Di questo paesaggio ricco di pilastri e di vetrate, rimangono ora poche tracce.
            A Maderno le ultime limonaie ancora in attività nei primi decenni del ‘900 furono quelle del “Serraglio” e della famiglia Elena. Entrambe sono state recentemente ristrutturate. La prima solo esteriormente perché non è più predisposta per la coltivazione dei limoni, mentre la seconda (che si trova di fianco al supermercato nel Piazzale S. D’Acquisto) e ora di proprietà comunale – sistemata recentemente a cura della Comunità Alto Garda Bresciano – non potrebbe, in caso di un inverno particolarmente freddo, riparare le piccole piante messe a dimora per mancanza dei dovuti ripari (tetto e vetrate).
            Ora dalle crepe dei muri delle limonaie abbandonate crescono le piante dei capperi che furono citate già nel 1897 dal Solitro nel suo “Benaco”. Contrariamente ai limoni queste piante sopportano bene il freddo, per questo possono stare all’aria aperta senza alcun danno.
            In primavera, per l’uso alimentare, si tolgono i boccioli, molto prima che diventino fiori. Anzi più sono piccoli e chiusi, più sono saporiti. La raccolta avviene due volte la settimana appunto per evitare quest’inconveniente. Poi il prodotto è conservato in vasi sotto sale o sott’aceto ed è poi usato in cucina per preparare salse o per condire vivande.
            Data la limitata produzione non ritengo che in passato il cappero abbia mai avuto un peso rilevante sull’economia locale. Tanto meno lo può avere ora in quanto è coltivato, in genere, per uso personale.

                                                                                                                 Andrea De Rossi