martedì 5 settembre 2017

PERCHE' I FRATI DDMENICANI A TOSCOLANO?


A Toscolano i Domenicani arrivarono nel XIII secolo, poco dopo la fondazione del loro Ordine. Ma perché quest’Ordine scelse proprio Toscolano? Per capirlo dobbiamo risalire alle origini ed ai loro scopi.
            L’ordine dei Predicatori Domenicani fu fondato da S.Domenico di Guzmàn, nel 1206 e fu approvato dal Papa Onorio III° nel 1216. La loro finalità era la salvezza delle anime grazie alla predicazione e all’insegnamento, ma l’intento immediato col quale sorse fu la lotta contro le dottrine ereticali del Medio Evo e contro coloro che le impersonavano (i patarini, gli albigeni, ecc.).
            Per svolgere tale compito i domenicani volsero particolari cure alla loro formazione intellettuale. Lo stesso fondatore S.Domenico si dedicò alla riconversione degli eretici ed a bloccare gli effetti dell’eresia.
            Questi religiosi, il cui abito è  composto da tonaca e scapolare bianco con cappa e cappuccio neri ed un cingolo di pelle al quale è appeso il rosario, seguono la regola di S.Agostino. Il loro stemma è una croce gigliata bianconera.
            Nel 1229 divenne vescovo di Brescia il frate Guala dei domenicani e fu il primo vescovo di quest’ordine italiano. Da questo particolare è evidente che la diffusione dei loro conventi nel territorio bresciano fu sostenuta dallo stesso vescovo.
            I conventi dei domenicani si estesero nel XIII secolo specie dove era più diffusa l’eresia “patarina” fra cui Toscolano e Nave, entrambi luoghi dove erano in attività diverse cartiere.
            L’eresia “patarina” fu un movimento religioso della parte più umile del popolo, sorto a Milano verso la metà del secolo XI  ed era diretto contro gli abusi dell’alto clero. I seguaci di questo movimento dagli avversari furono chiamati, per dileggio, patarini, dal luogo dove si radunavano (pataria, deposito di cenci e ferri vecchi, frequenti allora nella via di Milano tuttora detta dei Pattari).
Gli storici,  Paolo Guerrini e Guido Lonati, ritengono che i frati non giunsero a Toscolano solo per assistere gli infermi e i pellegrini dell’ospizio, ma per affrontare l’eresia particolarmente diffusa fra gli straccivendoli che, numerosi, frequentavano le cartiere locali per fornire la materia prima per la fabbricazione della carta.
       Attiguo all’ospizio fu costruito nel secolo XII un piccolo tempio cristiano dedicato a S.Lucia.      


lunedì 4 settembre 2017

IL PIEDISTALLO DELLA CROCETTA



            Nel 1998 è stata decorosamente sistemata buona parte dell'interessante materiale archeologico che da tempo si trovava disseminato nel giardinetto prospiciente la Canonica di Maderno e che proveniva in gran parte dalla vicina Chiesa romanica. A questo è stato aggiunto altro materiale proveniente dai resti del castello di Maderno e dalla villa romana di Toscolano, recuperati in occasione dei vari scavi effettuati per la realizzazione della rete fognaria.
            Tra tutti i pezzi che oggi fanno bella mostra di sé‚ sul lato destro del giardino della Canonica, ci vogliamo occupare del "piedestallo della crocetta", così veniva chiamato, nelle vecchie mappe del secolo scorso e precedenti, quel troncone di colonna in pietra con scolpite una croce e la data del 1670, che oggi appare coricato. Un'ara romana, come afferma lo storico Guido Lonati nelle sue memorie su Maderno, che fu poi adibita dai Frati della Religione a reggicroce, come testimonia ancora il foro posto al centro del basamento. Recuperato probabilmente, con tanti altri pezzi, fra i resti della villa romana di Toscolano, fino agli inizi di questo secolo il piedistallo si trovava in fondo al Lungolago di Maderno, vicino al maestoso platano (il piantù), nella località che proprio dallo stesso prese il nome "la crocetta".Questo era anche il nome dell'unica via che in quei tempi portava direttamente al lago attraverso la campagna partendo dal Borgo di Maderno, già località "Pozzo", attraverso l'attuale Via Vitali (dove si trova l'Asilo) e le vecchia strada di campagna del Cimitero (ora Via Foscolo) fino al lago.
            Ma chi aveva collocato in quel luogo il piedestallo e perchè? Si ritiene siano stati i Frati di Via Religione e precisamente, in considerazione della data scolpita (1670), i Frati AGOSTINIANI di S.Salvatore di Brescia, divenuti Canonici lateranensi di S.Afra, che rimasero sul posto fino al 1772. Questi ultimi erano succeduti alle monache di S.Croce in Venezia, mentre i Frati Domenicani, che per primi s’insediarono alla "Religione" fondando l'Abbazia domenicana, se n’erano andati già da quasi due secoli.
            Poiché il loro Monastero (Religione) si trovava molto vicino e collegato al luogo in questione grazie ad un antico guado sul torrente Toscolano, si può pensare che la colonna fosse stata collocata dai Frati come meta delle loro processioni, per servire come reggicroce.
            E' interessante osservare come la croce e la data siano stati scolpiti sulla colonna capovolta, con la base rivolta verso l'alto. Per quale motivo? Molto probabilmente per la medesima ragione per cui alcuni bassorilievi d’origine pagana furono murati capovolti nell'edificazione della Chiesa romanica, e cioè per sottolineare il disprezzo per la loro origine.
            In occasione della recente sistemazione si pose dunque il problema di come collocare il pezzo. Con la base rivolta verso il basso, come richiedeva l'origine della colonna romana, oppure capovolto com’era usato dai Frati?
            Per rispettare e ricordare la sua storia ed il suo duplice utilizzo nel corso di quasi duemila anni, è stato deciso di collocarlo in posizione orizzontale e ciò grazie alla competenza e all'interessamento del compianto Prof.Roberto Bottoli.
            Vorrei proporre un’ipotesi che ritengo collegata al suddetto piedestallo della crocetta. Sulla muraglia della casa sita all'angolo di Via Cavour con Via Sacerdoti (località orologio) contrassegnata dal civico numero 8-10 si osservano incastrate diverse pietre bugnate che si presume siano di provenienza del castello di Maderno per la loro particolare conformazione. In una di queste vi è scolpita una croce simile a quella del piedestallo sopra descritto che si trova nel giardino della canonica.
            Non potrebbe essere stata incisa anch'essa dagli stessi Frati che consideravano questo luogo un altro punto di sosta o d’arrivo delle loro processioni? D'altra parte, questa pietra con incisa la croce, è poco distante dall'inizio della Via Crocetta, ora divenuta Via Vitali.
            A sostegno di quest’ipotesi ci sono anche le date. Infatti, il castello, divenuto palazzo del Vicario durante la dominazione veneta, fu distrutto da un incendio il 25/8/1645 e da quell'epoca gli scheletri delle sue muraglie furono prelevati da chiunque ed in buona parte disseminati nel paese per essere usati a rinforzare o completare alcune case.
            Solo 25 anni quindi separano la data del 1670, incisa nel piedestallo della crocetta, con quella dell'inizio del disfacimento del castello e questo ci fa presumere che l’ipotesi sopra descritta possa anche corrispondere alla realtà.



CHIESETTA E CIMITERO DI S.MARTINO

Poco sotto la frazione di Sanico di Montemaderno si trovano i cosiddetti “prati di S.Martino”, sul cucuzzolo dei quali  sorge la piccola chiesetta dedicata a S.Martino di Tour . Fu adattata all’interno di una torre circolare, probabilmente di origine romana, posta a protezione della suddetta frazione dalle incursioni delle popolazioni montanare che mai si adattarono di convivere con la gente latina, secondo quanto affermato dallo storico Donato Fossati.
Dal 1567, per volere del Vescovo Bollani, intorno alla chiesetta fu posto il cimitero . In esso trovavano sepoltura anche i defunti di Maderno (pensate con quale difficoltà avveniva il trasporto delle salme da Maderno a S.Martino in quel tempo) e ciò avvenne fin verso la fine dell’800, quando fu costruito il nuovo cimitero di Maderno in Via Ugo Foscolo. Il cimitero di S.Martino mantenne questa funzione praticamente solo per le frazioni circostanti. In precedenza i defunti di Maderno venivano tumulati intorno alla chiesa romanica in piazza di Maderno.
Narra il frate Andrea di Toscolano nel suo “Antico Benaco rinnovato” scritto tra il 1674 ed il 1686 che, anticamente, le acque del torrente Toscolano formavano in questa valle un laghetto che lambiva un romitorio posto là dove successivamente venne costruita la chiesetta.

Per la sua posizione isolata e lontana dagli abitati, funzionò come lazzaretto in caso di epidemie fino all’inizio del sec.XVII dopodichè dal 1617 al 1748 ospitò diversi eremiti ai quali fu però proibito ogni accesso dal 1751.



giovedì 27 luglio 2017

LE PRIME TIPOGRAFIE A TOSCOLANO


Già dal 1300 a Toscolano ebbe inizio la prima attività dell'industria cartaria in località "Camerate". Queste fabbriche ebbero uno sviluppo enorme tanto che  ner XVI secolo coprirono interamente tutto il territorio adiacente il torrente Toscolano, unitamente a numerose officine e ferriere.
Verso la metà del XV secolo venne inventata da Gutemberg la stampa con caratteri mobili che, dopo alcuni anni, si diffuse anche in Italia, Fu proprio la convenienza economica di avvicinare le nuove tipografie ai luoghi i produzione della carta (materia prima per questa attività) che facilitò la loro installazione a Toscolano.
Fu il Sindaco di Toscolano e Consigliere della Magnifica Patria,Scalabrino Agnelli abitante nella frazione di Messaga di Toscolano, proprietario di alcune cartiere, che chiamò presso di sè, intorno al 1478, un celebre stampatore GABRIELE DI PIETRO da Treviso, già noto per le bellissime edizioni stampate a Venezia, Brescia e Udine dal 1472 al 1478.
In considerazione  della sua abilità tipografica i frati Domenicani della "Religione" di Toscolano lo convinsero poi a trasferirsi nel loro Convento con i suoi torchi. Fino al 1480 riuscì a pubblicare una mezza dozzina di libri in bei caratteri romani. Ad un certo momento venne arrestato ed imprigionato per un mancato pagamento di un vecchio debito, probabilmente contratto quando era ancora a Venezia . La sua pena venne poi ridotta a 4 mesi, grazie all'autorevole intervento del suo sostenitore Scalabrino Agnelli. Avvilito e dispiaciuto lasciò Toscolano per Brescia dove sopravvisse per poco tempo. Per oltre 30 anni nessun libro fu più stampato a  Toscolano.
Soltanto nel 1519 giunse a Toscolano lo stampatore PAGANINO PAGANIN I di origine bresciana (Cigole) che aveva svolto la sua attività a Venezia fino al 1485 e, successivamente, presso i frati dell'isola di Garda, accompagnato dal figlio ALESSANDRO che già svolgeva simile attività con la stessa competenza del padre.
Secondo Donato Fossati, abitò e svolse  il suo lavoro in Toscolano, prima contrada del Porto e poi, dopo le sue seconde nozze con Cristina figlia di Francesco Fontana di Cecina, si trasferì in questa frazione che è poco distante da quella di Messaga dove aveva operato Gabriele di Pietro parecchi anni prima..
Dal 1519 al 1538 i Paganini  pubblicarono a Toscolano ben 43 opere tutte dettagliatamente elencate da Donato Fossati (Benacum-Storia di Toscolano - 1941) il quale affermò di conservare gelosamente nella sua Biblioteca queste opere giuntegli attraverso i suoi avi, oltre a due stampate a Venezia e un' altra di Gabriele di Pietro.
Le opere dei Paganini erano volumi a formato ridotto tascabile, come si direbbe oggi, Furono stampate con cura e adornate di interessanti xilografie , di iniziali incise, di cornici come il "BURATO" che nelle sue tavole riproduce modelli di ricami e di stoffe (burati).
Anche Ugo Baroncelli, grande esperto in questo campo, nel suo volume del 1964 elenca e commenta tecnicamente queste edizioni stampate a Toscolano e afferma, tra l'altro, che la Biblioteca Queriniana di Bresscia possiede questo prezioso volume (Il Burato) donatogli a suo tempo da Luigi Lechi. Lo stesso autore affermò che Paganino Paganini avrebbe stampato per primo, in caratteri arabi, una edizione del CORANO che gli costò anni di lavoro e notevoli sacrifici economici, ma nessun esemplare di questa opera si sarebbe salvato perchè sembra. che tutte le copie siano state distrutte per ordine dell'autorità Pontificia di quel tempo.. Ricordo che anche il figlio Alessandro custodiva in Toscolano i caratteri usati per la stampa di questo volume.
Senonchè nel gennaio 1992 è stato presentato all'Ateneo di Brescia il volume ALESSANDRO PAGANINO 1509-1538 dell'editrice padovana Antenore (stampato già nel 1990) dalla stessa autrice ANGELA NUOVO  la quale ha annunciato il ritrovamento, (dopo 450 anni di ricerche) di una copia  del CORANO stampata in arabo a Venezia e non a Toscolano, da ALESSANDRO PAGANINI tra il 1537 e il 1538. Il ritrovamento, avvenuto casualmente nella Biblioteca  dei Frati Minori di S.Michele di VENEZIA durante altre ricerche, ha smentito coloro che ritenevano che l'opera non fosse mai neppure stata stampata. L'autrice ha dichiarato che è uno  dei libri più belli ed un capolavoro tipografico tutto in arabo, senza una sola riga o data in altri caratteri e nel suo volume ne riproduce alcune pagine fra le quali quells contenente il visto del Vicario del Sant'Ufficioi di Cremona. Con questa notizia viene ristabilita la verità sulla presunta eliminazione di questo libro da parte dell'Autorità Ecclesiastica che era stata sostenuta anche dal Cardinale Querini. Anzi, come si è detto,sul volume ritrovato si trova addirittura una nota di Arcangelo Mancasuka, Vicario del Sant'Ufficio di Cremona.
La sparizione della edizione del Corano di Paganini, secondo gli studi dell'autrice, fu invece dovuta al fatto che i volumi furono inviati tutti sul mercato arabo e turco, ambienti nei quali lo si ritenner sacrilego perchè la loro religione proibiva all'infedele e all'impuro di toccare il testo considerato  sacro e di conseguenza anche il fatto di stamparlo. Si presume quindi che la distruzione delle copie del Corano avvenne sul posto per i suddetti motivi, Nelle Biblioteche orientali non si ebbe infatti mai traccia di alcuna copia,.
Fu per Alessandro un fallimento anche economico che pesò notevolmente sulla sua attività , tanto  più che non riuscì , come sperava, nemmeno a trovare l'acquirente dei costosi caratteri arabi.
Dalla lettura del citato volume si viene a sapere che i Paganini, già dal 1505, avevano a Toscolano una fabbrica di carta che serviva alle loro necessità i lavoro a Venezia. Il loro trasferimento a Toscolano fu quindi dovuto a ragioni economiche e commerciali. La carta prodotta a Toscolano era trasferita a Venezia e di lì con altri mezzi raggiungeva Verona per essere nuovamente imbarcata  tramite l'Adige ed il Po per raggiungere la capitale della Serenissima, senza dover uscire dal suo territorio.
Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto da Donato Fossati, Angela Nuovo ha accertato che Cristina Fontana non era la seconda moglie di Paganino e nemmeno era figlia di un Fontana Francesco di Cecina,bensì era la sua prima moglie nonchè figlia di Francesco della Fontana, di origine tedesca, che in effetti si chiamava Franz Renner, pure lui stampatore a Venezia.
Paganino Paganini morì verso la fine del 1538, dopo che il figlio  Alessandro, contro la sua v olontà, ebbe stampato il Corano e nel suo testamento dispose che il suo corpo venisse sepolto nella Chiesa di S:Maria del Benaco di Toscolano alla quale lasciava tre ducati per opere di riparazione e dieci ducati alla Società del Sacratissimo Corpo di Cristo della stessa chiesa, così come risulta dal testamento rintracciato dalla Nuovo..
E' da ricordare, infine, che alcune edizioni dei Paganini furono dedicate a Isabella Gonzaga, a Francesco Corner Procuratore di S.Marco ed al Cardinale Giulio dè Medici.                                                                         i

sabato 15 luglio 2017

PORTONE PER TOSCOLANO?



Come è noto anticamente sulla strada del “Ruinà”, attuale statale di Via Roma che conduce a Fasano, esisteva una porta fortificata difesa da alcune cannoniere, inizialmente munita di un ponte levatoio a difesa e controllo ingressi al paese la cui spesa per la manutenzione, fortificazione e custodia furono spesso oggetto di lunghe liti fra i diversi comuni obbligati posti a nord di Maderno. Nel 1658 si provvide a murare tale casello che era divenuto asilo di malviventi.
Anche in Via Cavour, angolo Via Sacerdoti, dove si trova l’orologio posto in alto, esisteva un portone verso Toscolano del quale si notano uno spigolo in pietra viva a forti bugnature (simili a quelle del castello) ed altre pietre, come si può vedere dalla  fotografia.
Di questo portone non ebbi mai alcuna notizia e l’ho saputo leggendo il volume I° di Fausto Lechi   “Le dimore bresciane in cinque secoli di storia".
Rimane però da chiarire perché questo portone fu costruito nel paese di Maderno e non al suo confine che, salvo modifiche avvenute in tempi molto lontani, è il torrente Toscolano.


lunedì 3 luglio 2017

DEMOLITA LA CHIESA DI S.PIETRO


Il pittore Maurizio del Vecchio di Milano ha prodotto il quadro sopraindicato (appartenente ad una collezione privata) che  riproduce il  Convento dei Padri Serviti in Via S.Pietro a Maderno, attuale villa Caprera, e relativa chiesetta che fu poi demolita che fu una frequente  meta di Vincenzo I Gonzaga, come poteva presentarsi verso la metà del XVII secolo, prima che venisse demolita la  chiesetta
Da un documento ritrovato a Firenze da Padre Sostegno risulta che la chiesetta fu costruita nel 1467.
Il Papa Alessandro VII, soppresse il Convento dei Padri Serviti nel 1656, incaricando la Repubblica Veneta alla vendita dello stesso e del "Serraglio" cui era annesso.
Nel secolo scorso l'ex convento che è denominato "Villa Caprera" fu, tra l'altro, anche sede del Comando Carabinieri di Toscolano-Maderno. Ora è stato trasformato, dopo una ristrutturazione, in un condominio.

lunedì 5 giugno 2017

GIUFFREDI MOTOCICLISTA DELLA R.S.I.

Il giornalista Tullio Ferro nel libro "Segreti del Garda" racconta:

Nel 1994 Giovanni Maria Giuffredi, classe 1921, agente motociclista-portaordini e di scorta al Duce, uomo fidato del vice capo della Polizia, con alle spalle il fronte russo, la ritirata dalla Sicilia a Salerno, un’esperienza rocambolesca alla divisione corazzata “Centauro”, esecutore del rischioso trasferimento di un sacerdote ricercato dalle Brigate Nere per aver aiutato dei partigiani, disse a Tullio Ferro per “Segreti del Garda”:
“Non si palesa un segreto dire che Mussolini tutti i giorni scriveva una lettera alla Petacci. Io ero uno dei pochi  a cui veniva affidato il compito di prendere in consegna la quotidiana lettera a Gargnano, superare il posto di blocco presso Villa Feltrinelli tenuto dai tedeschi, superare l’altro “stop” a Maderno in mano ai “Pisani”, uomini fidatissimi di Buffarini Guidi, ministro dell’interno, e a raggiungere Villa Fiordaliso a Fasano di Gardone Riviera dove abitava l’amica del Duce. Tutto qui? “No di certo. Il compito non era così facile. Dovevo fermarmi a Maderno presso l’Ufficio del Dottor Eugenio Apollonio, sito a Villa Adele. Lì aveva luogo una segreta e delicatissima operazione che doveva durare il minor tempo possibile: aprire la busta, fotografare il contenuto, porre in ordine il plico. Quindi riprendere la strada per Villa Fiordaliso. Una specie di corsa ad ostacoli che mi raggelava poiché temevo di essere inseguito.”
Insomma tutte le lettere di Mussolini dirette a Claretta venivano fotografate e lette dalla Polizia: E quelle di Claretta subivano lo stesso trattamento?. “Non lo so. Non ebbi mai l’incarico di corriere da Villa Fiordaliso e da Villa Mirabella, che era entro le mura del Vittoriale, ultima residenza della Petacci sul Garda.”         Come fece lei a sapere dell’apertura delle lettere?. “Il Dott. Apollonio di me si fidava. Anzi un giorno m’informò che io sarei stato della partita per una importante delicata missione. Venni quindi a sapere che le lettere del Duce si leggevano per conoscere eventuali impreviste mosse di Mussolini, confidate in anticipo alla sua amica, informazioni che sarebbero potute servire per eventuali contromosse. Mussolini non sapeva del piano escogitato da Tullio Tamburini, capo della Polizia, e da Apollonio.
Quale piano?
“Un tentativo di liberare Mussolini praticamente prigioniero dei tedeschi e, attraverso i partigiani delle Fiamme Verdi, consegnarlo al momento opportuno agli Alleati. Del piano sarebbe stato a conoscenza anche Monsignor Ferretti del Duomo di Salò. Accade, invece, che Tamburini e Apollonio vennero arrestati e trasferiti in Germania perché accusati di tramare contro i tedeschi. Questa era almeno la versione ufficiale. La verità era che i due stavano preparando un commando guidato dal colonnello Pavone per salvare Mussolini dalla morte una volta che fosse caduto nelle mani di altri partigiani non inquadrati nelle Fiamme Verdi.” In tal senso sembra che il piano “Tamburini-Apollonio-Pavone” non fosse l’unico. Infatti esistono documenti che testimoniano un tentativo di abboccamento, sempre tramite Monsignor Ferretti, da parte del ministro dell’Interno Paolo Zerbino, che nel febbraio 1945 aveva sostituito Buffarini Guidi, con le Fiamme Verdi. Si pensava a una specie di “armistizio” tra repubblichini e partigiani, una zona franca per arrivare alla fine del conflitto con le armi abbassate”.
Poi cosa accadde? “Qualcuno tradì ed il piano andò in fumo. Infatti, un brutto giorno i tedeschi, agli ordini del famoso Kappler, fecero irruzione nell’Ufficio operativo (ex Albergo Milano) dove prelevarono documenti e altri carteggi (Forse trovarono pure le fotografie delle lettere Mussolini-Petacci?). Il commando, non ancora perfettamente inquadrato, si sfaldò. Io, per paura di essere interrogato, fuggii saltando da una finestra, quindi non venni identificato tanto che all’indomani potei riprendere normale servizio”.
 Giuffredi potè poi salvare un certo Sansoni (detto palanca), che stava correndo il rischio di essere arrestato dalle Brigate Nere perché teneva a Maderno un deposito clandestino di benzina. “Arrivai prima io da Palanca e così dopo aver fatto sparire il carburante, gli misi le manette e dopo una notte in camera di sicurezza, tutto andò a posto”.
Giuffredi era a conoscenza di molti altri fatti della sfera Mussolini-Petacci. Egli sapeva che gli incontri tra i due avvenivano per lo più nella vicina Torre S.Marco, già Torre Ruhland, così chiamata poiché apparteneva alla omonima villa (Ruhland: quiete nel paesaggio). In questa torre-garconnière i due amanti trascorrevano ore in assoluto isolamento, al riparo di occhi indiscreti.  Si parlò poi che le lettere a Mussolini  la Petacci le scrivesse su carta a mano con impressa l’immagine di una colomba e di un’aquila e il verso ovidiano “(Né con te né senza di te posso vivere).
Il racconto di Giuffredi, dopo qualche divagazione, ritornava sulle lettere. “Per me quella busta scottava da non dire poiché, anche se non recava alcun indirizzo, la destinataria era la signora Petacci”
Altri delicati incarichi per Giuffredi furono quelli di scortare l’auto del Duce o di viaggi segreti. Così ebbe a raccontare a Tullio Ferro nel 1976.